Tolleranza Il concetto di
Tolleranza è ad oggi uno dei più inflazionati. Si parla sempre di tolleranza e a ben vedere, se
ne fa uno scarso uso. Il termine stesso è utilizzato con poco criterio e finisce spesso per venire a significare il contrario di ciò che dovrebbe. “tollero a malapena che tu…”, “non tollero che…”, “il fatto che tolleri la tua presenza non ti autorizza a…”, “dobbiamo tollerare questo o quello per forza di cose…” etc. Se si intende
tolleranza in questo senso, allora si sta parlando del suo esatto contrario. Quando parliamo, a buon diritto, di tolleranza, stiamo in realtà chiamando in causa molte altre componenti che spesso vengono tralasciate: rispetto, comprensione, umiltà, riconoscimento dell’altro. Tolleranza non è il sopportare bene o male la diversità dell'altro, bensì il riconoscere il diverso da me come altrettanto degno di esistenza. In questo senso essa è profondamente legata al rispetto. Si rispetta fino in fondo qualcuno solo se gli si riconoscono (a lui ed alle sue opinioni) gli stessi diritti che riconosciamo a noi stessi, e per fare questo è necessaria una buona dose di umiltà personale. Contrarie all’idea di tolleranza sono dunque le nozioni di “inconcepibile”, “impossibile”, “sbagliato”. Quante volte invece siamo abituati ad ascoltare discorsi intrisi di tali concetti? Il meglio che può capitare in un odierno dibattito politico o religioso o quant’altro, è quello di sentir affermare che si rispetta questo o quello, ma che non si capisce proprio o non ci si può proprio trovar d’accordo. Sono convinta che non si possa concordare su tutto, ma quanto alla comprensione della posizione altrui, questa deve sempre esserci. Parlo della comprensione della possibilità che una opinione, per quanto diversa dalla mia possa esistere. E non che possa esistere perché la gente è stupida, ma che possa esistere tanto quanto la mia, con altrettanta validità. Non si vuole con questo dire che una posizione contraria sia vera tanto quanto la propria, con validità si intende semplicemente il suo diritto di
cittadinanza, la sua plausibilità, o anche la sua validità per un certo numero di persone per cui essa “è vera”. Il rischio è quello del relativismo nel senso deteriore del termine: che nulla sia giusto e tutto lo sia, così da non poter più dire nulla di nulla. Dei punti fermi debbono esserci, la società umana non sopravvive senza di essi, ma è comunque necessario che al momento in cui si fa muro contro qualunque posizione, si sia comunque disposti ad accordarle lo statuto di libera opinione liberamente scelta da un certo numero di persone, che non sono semplicemente in errore (data anche la difficoltà di capire cosa sia giusto e sbagliato, e chi si sente tanto sicuro da poterlo discernere?), ma la pensano in modo diverso da noi e sono arrivati a pensarlo per vie altrettanto percorribili delle nostre. E’ lo stesso principio per cui, di fronte ad aberrazioni come il genocidio, la pedofilia e la tortura, ci troviamo ad inorridire non solo di chi le compie, ma anche di noi stessi in quanto facenti parte del genere umano, che ha potuto concepire simili mostruosità, cosa questa innegabile. Se questo discorso è valido da questo punto di vista (evidentemente negativo), perché non dovrebbe esserlo per qualcosa di molto meno sconvolgente, come la diversità? Se anche non si vuole vedere la diversità come una ricchezza ed un fattore della bellezza del mondo, non dovrebbe essere difficile concepirla comunque come altrettanto valida rispetto alla propria “normalità”, anche perché basta fare un piccolo esperimento speculare e provare a vedere quanto “diversa” essa possa apparire dall’esterno, da parte di chi ci guarda. Infine, quando parliamo dell’altro e delle sue opinioni, non dobbiamo dimenticare che chi ci sta di fronte non è un nemico, ma un interlocutore.