Il libro di George Ritzer, docente di sociologia all'università del Maryland,(pubblicato nel 1999) è una vasta ricognizione
sui i nuovi luoghi e le nuove modalità di consumo originatesi in questi ultimi anni di terziario avanzato statunitense. Con accuratezza descrive il proliferare di un vero e proprio nuovo culto di massa, l'
iperconsumo, passando in rassegna una pluralità di spazi diversissimi tra loro ma tremendamente identici nella loro adesione al nuovo diktat: Disneyland, Las vegas, gli ipermercati, le navi da crociera, gli stadi di baseball.
Ma cos'è l'iperconsumo? E' la nuova evoluzione del consumo, risultato della informatizzazione del credito, causata a sua volta dall'esplosione dei nuovi mezzi di comunicazione e dal conseguente fenomeno di
implosione, prodotto delle altissime velocità raggiunte nella trasmissione delle informazioni. Tra i tratti caratteristici dell'iperconsumo troviamo la diffusione sempre più massiccia del credito e delle forme di piccolo indebitamento come strumento di consumo di massa. Ritzer pone in evidenza come le banche e le finanziarie USA, negli anni 90, abbiano investito cifre enormi per spingere sempre più americani a far uso dei loro servizi e delle loro carte di credito, avendo scoperto la maggiore possibilità di guadagno dall'indebitamento rispetto al credito. Da par loro, la grossa fetta degli americani chiamata in causa ha accettato a braccia aperte la possibilità di fregiarsi di un privilegio in passato riservato solo ai ceti più benestanti: spendere il denaro che non si ha. E il risultato, nella maggior parte dei casi è stato l’indebitamento del piccolo consumatore, usufruitore della carta di credito, verso l'istituto erogatore. Ed è questo alla fine lo scopo principale di tutta l’operazione. Gli effetti positivi di questo microcredito a sfondo debitorio infatti sono molteplici per l'economia statunitense. In primis gli istituti di crediti legano a se per anni milioni di persone impegnate ad assicurargli i profitti; secondo il lavoratore indebitato sarà disposto ad aumentare le ore lavorative, o il numero di lavori svolti, per permettersi di pagare il debito ed ottenere ulteriore credito necessario al mantenimento del tenore di vita. Terzo si assicura una continua e ininterrotto meccanismo di consumo, permettendo al consumatore di acquistare anche in assenza di soldi reali. Ritzer arriva a sostenere che Disneyland o Las vegas, per come le conosciamo ora, non potrebbero esistere senza carte di credito.
Un'altro elemento caratteristico dell'iperconsumo è l'implosione dello spazio-tempo che ha totalmente cambiato i connotati del settore economico terziario. Infatti osserva come l'economia di 50 anni fa si basasse sulla differenziazione e sulla specializzazione: il libraio vendeva i libri, il macellaio bistecche ecc.. Ora invece i luoghi di vendita e contatto con il pubblico, dal micro al macro,sono votati al principio opposto. Dai centri commerciali che ormai fanno convivere sotto lo stesso tetto supermercati e negozio d'ogni genere alla vineria che vende libri e cd, tutti sembrano spinti al medesimo impulso accentratore, inglobante, tendente all'implosione. Oltre all'aspetto merciologico Ritzer indica con il significato d'implosione anche la smaterializzazione del tempo e dello spazio all'interno degli spazi adibiti al iperconsumo. Di fatto la tendenza a eludere la nozione del tempo e quella di creare ambienti virtuali, sempre perfetti, puliti, eterni è comune a tutte le "cattedrali": che siano sale di casinò,parchi a tema, o corsie di ipermercati, l'obbiettivo cercato è sempre lo stesso, fare perdere il contatto con la realtà.
Secondo Ritzer infine, l'elemento coadiuvante di tutto il meccanismo è la fascinazione esercitata dai strumenti dell'iperconsumo sugli sprovveduti iperconsumatori. Chiama in causa le teorie sullo spettacolo e quelle sulla simulazione. La centralità dello spettacolo e delle forme spettacolari nell'addescamento dell'iperconsumatoreto gli occhi di tutti, la pubblicità è la quinta essenza di questa impostazione, e i luoghi reali stanno contendendo al mondo delle pure immagini il primato nell'arte fascinatoria e della spettacolarità. Las vegas e Disneyland sono i due epigoni del fenomeno: la città del gioco d'azzardo è ormai diventato una gara a chi costruisce la cosa più assurda e grande. Intere scorci di citta straniere, o habitat suggestiv,i vengono ricostruiti con tale perizia da mettere quasi in ombra gli originali, mentre nella città di Topolino il categorico divieto da parte della direzione ai dipendenti Disneyland di mantenere qualsiasi relazione al di fuori dei canovacci Disney assicura la totale immersione in una realtà inesistente, fiabesca. Sempre riprendendo le tesi sulla fascinazione, Ritzer, sostiene che lo spettacolo, e la fascinazione insita in esso, sono il mezzo attraverso cui il sistema produttivo nasconde le sue reali intenzioni, o meglio camuffa l'opera di razionalizzazione produttiva che sta dietro l'opera di fascinazione. Perchè se la transazione si mostrasse per quello che è, cioè il tentativo di imporre un acquisto a qualcuno a prescindere dalla utilità del prodotto, subentrerebbe il disincanto e l'iperconsumatore diventerebbe un ipoconsumatore.
Grosso peso nella spettacolarizzazione del consumo ha la simulazione e la natura simulativa dei beni dell'iperconsumo. Qui si riallaccia alla perdita di autenticità e originalità subita dalla realtà in cui viviamo, alla creazione del falso vero. Cioè di quelle copie della realtà che tendono a ricalcarla esattamente sostituendola. Cita il caso di Disneyland dove il viaggio simulato sottomarino riceve molti più visitatori dell'acquario autentico situato al fondo della strada, nella stessa via della struttura Disney.
Ritzer chiude il libro con un analisi sulle discriminazioni di razza e classe al consumo,ma la parte finale è meno sviluppata dal sociologo,ben conscio di come nel consumo di massa le discriminazione sia un aspetto secondario proprio per la natura massiva e inclusiva del fenomeno.