Poter pianificare l’azione della società che muta comporta il pianificare l’azione del singolo uomo – secondo Mannheim –
e ciò comporta necessariamente la pianificazione del pensiero dell’uomo.
Secondo il sociologo, l’uomo avrebbe compiuto un importante passo della sua evoluzione culturale dal momento in cui ha iniziato a registrare la sua storia. Con ciò, l’uomo “compì un nuovo passo avanti quando seppe vivere la propria storia con mentalità sperimentale e trarre dalle forze emergenti dal processo sociale la conoscenza e la volontà per foggiare la storia stessa”.
Insomma: nel momento in cui l’uomo imparò a registrare la sua storia, imparò anche a manipolarla.
Come il mondo possa mutare l’uomo – scrive l’autore – è possibile coglierlo se ci domandiamo come il mondo attuale sia connesso a noi, ossia come questo mondo in cui ci troviamo ci abbia fatto essere quel che siamo. Nello studio delle autobiografie di uomini di altre epoche troviamo – indipendentemente dal tempo storico – un tentativo di autoanalisi da parte dello scrivente. Confrontare le autobiografie di uomini di epoche diverse può indicare ben più che le differenze di personalità dei due soggetti; può indicare anche i significati che tali uomini associavano ad esperienze della vita; il loro rapporto con le istituzioni, e dunque con dei simboli; il loro sentimento di appartenenza a un cosmo sociale; inoltre, può indicare anche il confine, e quanto questo possa essere labile o netto, tra la loro vita pubblica e la loro vita privata. Quest’ultimo aspetto è di particolare interesse per il sociologo della storia, perché rivela un cambiamento nella concezione sociale della vita umana.
Comprendere il pensiero è il primo passo per interpretare l’azione dell’uomo; secondo l’autore, non appena si presenta nella storia un nuovo tipo di comportamento, subito giunge a suo seguito un tipo corrispondente di pensiero. “Ciò che però neppure i pragmatisti riconoscono come regola è l’esistenza di molti tipi diversi di azione e l’impossibilità, finché questi non sono accuratamente distinti, di descrivere adeguatamente le trasformazioni fondamentali del pensiero”.
Mannheim pone una distinzione, quella tra raggio d’azione e raggio di previsione, appunto per far chiarezza nella difficoltà pragmatista di stabilire cosa incida davvero nell’apprendimento per il raggiungimento d’un risultato. Per raggio d’azione l’autore intende “l’ampiezza delle sequenze causali direttamente originate dalla nostra attività iniziale e che rimangono più o meno sotto il nostro controllo”; per raggio di previsione egli intende invece “la lunghezza di cause che può essere prevista con maggior o minor precisione in una data situazione, per quanto riguarda questa attività iniziale”. Nella società di massa si tende a sviluppare il raggio di previsione, mediante l’uso della tecnica e delle istituzioni. Con ciò, tuttavia, anche il raggio d’azione si estende, giacché si producono maggiori effetti direttamente riconducibili alla nostra azione, e questi permangono di più sotto il nostro controllo. La previsione costituisce una forma di controllo.
Ai fini della pianificazione della società di massa, è pertanto necessario poter effettuare una previsione su vasta scala, e la previsione è possibile solo se la società possiede una strutturazione che favorisca una stato di armonia organica e che tenda spontaneamente a rigettare gli elementi di disturbo in seno al sistema strutturale.
Per pianificare l’azione è necessario dunque pianificare il pensiero, e su questo oggetto ogni tentativo di studio sembra destinato a cogliere solo le concrezioni che ne rappresentano aspetti esteriori, e sempre determinati come conseguenza di un nuovo pensiero. L’autore suggerisce di cogliere i principia media che ogni nuovo pensiero – concomitante di una nuova
coscienza culturale – reca in sé. Tali principia media sono osservabili forse con più pertinenza dall’antropologo culturale, che associa il cambiamento culturale a una prospettiva di evoluzione storica della società, intesa questa anche come evoluzione di una struttura sociale fatta di istituzioni.
La discussione che qui impernia Mannheim sul tema della previsione e la strutturazione del pensiero – che è anticipata non solo nelle prime parti di
Man and society, ma nell’intera opera del sociologo nonché nel suo progetto d’una
sociologia della conoscenza – trova il suo problema cardinale e ultimo nella concezione stessa della non permanenza del pensiero e della coscienza, dell’individuo come di una società di massa, che rispecchia poi il pensiero e la coscienza di una civiltà.
Max Weber non si era posto il problema del come poter prevedere e pianificare il pensiero e dunque l’azione. Nelle ricostruzioni storiche weberiane, emerge l’interesse genuino dello storico alla comprensione dei meccanismi sociali che determinano il significato dei movimenti storici. Per comprendere le istituzioni è necessario – come mostra Weber – comprendere la storia delle istituzioni, e d’altronde non si può afferrare il processo storico che muta le istituzioni se non si associa a ciò una comprensione del pensiero sociale e della coscienza degli individui. E il pensiero diffuso in un gruppo di individui – oggi ampiamente esteso con la società di massa – è correlativo d’una coscienza che si dà sempre e soltanto come coscienza storica. Di ciò Weber fu pienamente consapevole. Mannheim concepisce anch’egli la coscienza come una coscienza storica, data come una struttura di parti organiche che muta nel tempo, in maniera non dissimile da un cambiamento biologico. La coscienza, presupporrebbe Mannheim, si presenta non solo come coscienza storica, ma per quanto concerne il suo carattere organico di struttura sembra svilupparsi in maniera non dissimile da un organismo biologico.