L’analisi scientifica non può escludere da sé un principio di valutazione, osserva Mannheim. Un principio è necessario, perché
senza minima conoscenza di un fine “non possiamo fare nulla nella sfera della vita sociale o psichica”. É il fondamento ontologico della conoscenza e degli oggetti che si possono offrire a essa, che si nasconde dietro le assunzioni finalistiche, ma che in qualche modo deve sempre lasciarsi intravedere. Ciò rappresenta appunto il rischio che il conoscere dell’uomo corre, ossia la perdita del proprio riferimento all’essere, la perdita dunque del fondamento ontologico, per l’adesione incondizionata al divenire. A riguardo, Mannheim cita Nietzsche:
Ich habe meine Grunde vergessen.
La credenza magico-religiosa dei “selvaggi”, pur scorretta e non finalisticamente orientata che fosse, fondava ontologicamente la conoscenza, e da qui svolgeva una funzione psico-sociologica importante, ossia fissava “l’attenzione degli individui, che intendono agire assieme, su di un certo giudizio della realtà”.
Mannheim riprende la nozione weberiana di
razionalità come coerenza rispetto a un fine: “Può essere vero o falso che un gruppo lotti soltanto per creare una società di tipo fascista o comunista, ma è solo in virtù di un tale fine che una situazione acquista un senso intelligibile e la totalità degli avvenimenti si articola in un processo. La giustapposizione ex post facto degli elementi, svuotati che siano del loro contenuto reale, non dice nulla sull’unità del comportamento. Le esperienze più interiori non possono venire comprese, se non sono riportate al loro vero significato: questo è, infatti, il risultato negativo cui conduce l’esclusione dalla teoria psicologica di ogni elemento qualitativo e dotato di senso”.
Avevamo già annunciato che al politeismo dei valori segue un politeismo delle razionalità; qui se ne presenta un esempio assai nitido. Ma per esser giudicata, ossia accolta o rifiutata, tale lotta deve essere un fatto leggibile in chiave finalistica, e con ciò è reso sensato, razionale, di un senso o una razionalità su cui ogni soggetto esprime una valutazione. Senza un fine, senza dunque un proprio coefficiente di razionalità, nessun giudizio sarebbe possibile, oltre a quello di “insensato” e “irrazionale”. Quello che alcuni giudicano “un re”, per altri è “un tiranno”; la realtà sociale si pone a noi intelligibile in una varietà di forme al punto che le si nega una sua dimensione gnoseologica.
Quanto all’epistemologia della conoscenza, Mannheim assegna al pensiero – che è sempre anche un’interpretazione e un giudizio basato su criteri valutativi propri del suo gruppo – un carattere finzionale, ossia associato a un ragionamento su base ipotetica. Ma non solo; l’epistemologia classica ritiene che la conoscenza deriva da un atteggiamento puramente teoretico. “Si fa in questo caso di un fatto marginale un elemento fondamentale. Di regola, il pensiero umano non è sollecitato da uno slancio contemplativo, anzi richiede, onde assicurare un costante orientamento del sapere della vita del gruppo, un impulso emozionale e irrazionale”. Ciò richiama immediatamente l’osservazione weberiana del concetto di “vocazione”; qui, lo stesso Weber sottolineava l’elemento di irrazionalità che determina la scelta, arbitraria, del fine.
“L’affermarsi della considerazione sociologica del sapere conduce inevitabilmente alla graduale scoperta del fondamento irrazionale del pensiero”, scrive Mannheim. Nella formazione del pensiero sono determinanti vari fattori elaborati nell’inconscio, con ciò che il freudismo ha maggiormente elaborato, ma non solo: il risentimento, che esercita un’importante funzione nella determinazione della morale, le esperienze del vissuto, e della conoscenza trasmessa appresa all’interno del gruppo. La
sociologia della conoscenza, secondo Mannheim, è in grado di risolvere sia gli eccessi dell’individualismo entro l’interpretazione che muove il pensiero (ossia la formazione psico-genetica del pensiero), sia gli eccessi del meccanicismo entro la sua interpretazione (ossia la troppo stretta dipendenza dal gruppo sociale di appartenenza). Queste due estremità a cui il pensiero è sotteso, individualismo interpretativo e meccanicismo, sono ugualmente alienanti; il pensiero del singolo non è mai, tuttavia, separabile dall’inconscio collettivo, e un controllo di quest’ultimo sembra sfuggire a questo punto dalle pretese di Mannheim.
L’origine di una capillare differenziazione di forme di pensiero sta, dopo l’introduzione della conoscenza soggettiva apportata dallo scisma protestante, dalla formulazione del concetto di “ideologia”, col quale si contrassegno ogni sapere come un prodotto di un determinato gruppo sociale. La storia di questo concetto può spingersi fino a Bacone e la sua teoria degli
idola, ma è solo dagli illuministi francesi, e soprattutto da Marx, che il concetto di ideologia ha assunto la sua pregnanza all’interno della modernità. Varie definizioni si possono dare – e sono state storicamente date – di ideologia: coscienza filosofica, sistema razionale, falsa coscienza necessaria,
Weltanschauung. É coscienza filosofica perché spiega i fenomeni e la loro causalità secondo motivi che le sono propri; è sistema razionale perché attribuisce un fine alle azioni e con questo le giustifica; è falsa coscienza necessaria perché nessuno può prescindere da un modo accessibile di “scendere a patti” con la realtà. E altra cosa: l’ideologia è dogma; è il reticolo di credenze e conoscenze su cui si attribuisce il senso al mondo, e giacché il senso al senso non si dà, ma lo si ritiene dato per scontato, questo deve poggiarsi sull’ideologia. Essa, come Marx ha dimostrato, può essere smascherata; ma a sua volta un’ideologia può smascherare le altre ideologie.
Soprattutto per quanto concerne la politica, l’ideologia denota una mistificazione della realtà; interpretare la realtà secondo i propri arbitri, significa forzare la realtà, e ancor più si ricorre a una forzatura quando si è in competizione con altre ideologie che forzano la realtà per opporla contro di noi.