L’opera più nota di Karl Mannheim,
Ideologie und Utopie, del 1929, raccoglie immediatamente le istanze problematiche
dell'eredità weberiana e le sviluppa in un contesto di riferimento critico al marxismo.
Anzitutto, la
sociologia della
conoscenza – della quale Mannheim è da considerarsi il co-fondatore – deve prescindere da ogni sorta di psicologismo e di naturalismo. Questa disciplina non tollera schematismi di sub o sovrastruttura, come il marxismo aveva invece asserito; dice Mannheim che “non si conosce un linguaggio di un solo parlante”; pertanto, la conoscenza deve ritenersi qualcosa di accessibile a tutti, e conoscibile appunto per questo. Tuttavia, la conoscenza e ciò che vi sta all’origine, il pensiero, sono connotati socialmente. Ogni gruppo sociale esprime il proprio pensiero, e alle sue forme di concrezione, conoscenza e cultura, impone dei vincolanti criteri valutativi. Ossia, si perde il carattere di avalutatività che per una sociologia comprendente deve esser di rigore al fine di una conoscenza oggettiva e scientifica; tale carattere, che Mannheim assegna come implicito a ogni gruppo culturale, si accentua soprattutto quando un gruppo si rapporta alla conoscenza di un altro gruppo sociale. Mannheim è ottimista, riguardo alla possibilità di incontro fra modi di pensare dominati da principi valutativi divergenti; dichiara: “Soltanto quando saremo riusciti a trasferire nel dominio della consapevole e chiara osservazione i diversi punti di partenza e i modi della ricerca, presenti nella discussione scientifica come in quella ordinaria, potremo sperare, con l’andare del tempo, di controllare i motivi e i presupposti inconsci che sono alla base di codeste forme del pensiero. Si può ottenere un nuovo tipo d’obiettività nelle scienze sociali non tanto con l’esclusione degli elementi valutativi, quanto piuttosto con la loro consapevolezza e il loro controllo”. Tale asserto esprime solo una speranza, com’è chiaro, su un possibile sviluppo; torneremo in seguito su questo punto.
All’interno di ogni gruppo sociale, contrassegnato da un pensiero proprio e dunque una propria cultura, si compie una “selezione” mediante i rispettivi principi valutativi. La mobilità orizzontale, all’interno della struttura sociale, evidenza uno sfumarsi della cultura di “classe” (il ché è più generalizzato del gruppo), giacché – come Mannheim osserva – popoli e gruppi (dunque anche appartenenti alla stessa classe) pensano in maniera diversa. Quanto la mobilità orizzontale si accompagna a una mobilità verticale (quando ossia si scinde il gruppo e l’individuo cambia di ceto sociale) ciò comporta a una crisi delle proprie forme di pensiero, tradizionali o comunque cristallizzate com’erano. Da qui scaturiscono incertezza e scetticismo verso la propria concezione tradizionale di pensiero, ma più in generale verso ogni forma cristallizzata.
In ciò Mannheim richiama la paternità di Weber su una simile riflessione, già tematizzata nella sua sociologia della religione.
All’interno di una struttura sociale consolidata si sviluppa un gruppo, l’intellighentsia, che ha la funzione specifica di dare a tale struttura una precisa Weltanschauung, dietro alla cultura che può produrre. Con ciò, essa fornisce una “compattezza dogmatica” alle forme di pensiero che prima del consolidamento della struttura (e dunque prima della formazione dell’intellighentsia) valevano solo in via settaria. Ma non solo; essa giustifica l’ontologia e l’epistemologia che, altrettanto dogmaticamente, vi sono implicite e proprie. A tale “scolasticismo”, manifestantesi nell’esercizio effettivo di questa intellighentsia, fa seguito un movimento di uniformazione culturale all’interno della struttura sociale.Si parla al plurale, di intellighentsie, nel momento in cui ogni gruppo sociale ottiene lo stesso prestigio; “Solo una democratizzazione generale delle strutture fa sì che il pensiero dei ceti più bassi acquisti un significato pubblico”, scrive Mannheim. Ove una società è organizzata su base autoritaria, infatti, di intellighentsia si può parlare solo in riferimento alla “casta” che esprime i valori della classe superiore. Da una simile scissione, in forme plurali di intellighentsie e di forme di pensiero espresse, deriva lo scetticismo con cui l’individuo della società moderna si rivolge alle manifestazioni di pensiero, viste come interpretazioni tra loro in competizione. Che lo scetticismo sia frutto della democratizzazione delle culture non deve apparire strano: si pensi alla democrazia ateniese, in cui al processo di elevazione sociale fece seguito la maggior corrente di filosofia scettica dell’Occidente. Altro aspetto che Mannheim ravvisa, è l’inversione di polarità epistemologica che la modernità ha operato rispetto al Medioevo; dove il fulcro della conoscenza stava nell’oggetto, la modernità l’ha posto nel soggetto. Ciò connatura la nuova importanza data all’interpretazione, l’etica dell’agire individuale, le forme democraticamente divergenti di pensiero e anche il pensiero esistenziale che è arrivato a Stirner. Degno di nota è lo spostamento entro l’ontologia del pensiero; dove nel Medioevo l’oggetto del conoscere era ontologicamente definito (appunto perché era questo che si rivolgeva al soggetto), nell’età moderna il conoscere era associato non a un essere, bensì a un divenire. Un divenire, che appunto per la sua mutevolezza non era mai estrinsecabile perfettamente, e ogni approssimazione a questo avveniva secondo una concezione epistemologica che non presentava più un fondamento di ontologia esistenziale.
Tale processo di mutamento epistemologico e gnoseologico, in nome poi di una maggior purezza metodologica, avrebbe portato all’accantonamento di ogni contenuto oggettivo dell’esistenza dei valori, di cui il neokantiano Heinrich Rickert era stato l’ultimo sostenitore.