Il caso d’Elena
Elena si presentò al corso per sapere se fosse possibile risolvere il suo
problema: non riusciva a concentrarsi sui libri perché la sua mente vagava altrove e, da anni, non era capace di leggere più di una pagina perché o non capiva il contenuto o le veniva sonnolenza. Rinunciò agli studi universitari e alle supplenze nelle scuole per le difficoltà che aveva nel comprendere i testi da spiegare agli allievi.
Era stata in cura per un certo
tempo da uno psicologo, ma a causa del transfert dovette andare da un altro e quest’ultimo le garantì che avrebbe risolto il caso con l’impiego dell’ipnosi. La cosa si era rivelata una perdita di tempo, di danaro e di sigarette: sembra che quest’ultimo le scroccasse continuamente delle sigarette.
Per finire, la madre confessò che tali difficoltà le aveva fin da bambina e ciò la confuse
ancora di più facendola cadere in uno stato di profonda tristezza.
Spiegai che per risolvere il problema avevo bisogno di tempo e non potevo provare durante il corso. Le fissai un appuntamento a casa mia consigliando di portare qualcuno per garantire una certa palesità del trattamento.
Arrivò sabato sera con Sandra e suo marito. Cominciai a fare delle domande per stabilire quale procedimento potessi adottare, ma le sue risposte erano troppo vaghe e non riuscii a trovare una metodica che le si potesse adattare. Provai, quindi, con la tecnica dell’ancoraggio.
Le
chiesi come si sarebbe voluta vedere se non avesse avuto quelle difficoltà. Costruì delle immagini di sé senza il problema e riuscì anche ad immaginare alcune cose che avrebbe potuto fare. Sembrò di stare al settimo cielo.
Chiesi il permesso di poggiare la mia mano sul suo ginocchio sinistro e consigliai di stringere il pugno con intensità proporzionale all’accesso dell’esperienza, un’auto ancora.
Intanto spiegavo a Sandra e al marito che non c’era differenza tra un’esperienza realmente vissuta ed una inventata, perché tutte e due percorrevano le stesse vie neurali.
Poi la feci pensare al conflitto e posi l’altra mano sul suo ginocchio destro.
Infine premetti contemporaneamente le mani sulle sue ginocchia e chiesi se si sentisse soddisfatta dall’esperienza che stava provando. Rispose di sì e quindi proseguii con il ricalco nel futuro domandando come avesse saputo d’avere ancora il problema: si trattava di qualcosa che avrebbe visto, udito o provato? Rispose che si trattava di una sensazione. Dopo un paio di minuti levai le mani dalle sue ginocchia e chiesi che cosa stesse pensando. Riferì: “La
lettura di un libro!”.
Il
giorno successivo telefonò per informarmi che il procedimento aveva
funzionato. Aveva letto ininterrottamente per due ore capito il contenuto e si sentiva felice.
Lo stesso giorno Sandra mi fece sapere di aver usato “l’ancoraggio” con il figlio il quale manifestava paura per un insegnante e la tecnica aveva funzionato.
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