Ben 10 docenti di economia, diritto e sociologia del
lavoro delle più prestigiose università giapponesi, da quella di Tokyo alla Tohoku Sendai ed a quella di Saitama hanno collaborato per definire una fisionomia completa del sistema
giapponese del lavoro alla fine del secolo. L’introduzione di Sergio Cofferati, già segretario della CGIL ed oggi sindaco di Bologna, ma anche e soprattutto la prefazione di Enrico Ceccotti permettono un paragone continuo con l’esperienza italiana: entrambi i Paesi sono in testa alla graduatoria mondiale del risparmio delle famiglie, ma ,mentre il Giappone ha continuato a reinvestirlo nelle attività produttive, l’Italia già dagli anni ’80 ha preferito indirizzarlo verso la qualità della vita. Ciò che però sembra più importante è la
crisi complessiva dell’economia giapponese, manifestatasi già nel 1991 con una breve successiva ripresa ed una lunga stagnazione che dura fino ad oggi, salvo una crescita del Prodotto Nazionale Lordo nella misura del 2,7% nel 2004. Vi sono tutti gli elementi per ritenere che è entrato in crisi il
modello capitalista giapponese, definito nel volume come “società azienda” e completamente diverso sia dal modello americano che da quello europeo per molte caratteristiche quali la ristrettezza del club decisionale della politica economica nazionale (un mix di autorità pubbliche ed holdings private), il
rifiuto delle classi sociali, il rifiuto del sistema fordista di separazione fra progettazione ed esecuzione del lavoro e la partecipazione di ogni lavoratore dal suo posto di lavoro alle due fasi attraverso l’organizzazione della qualità, ma anche con una
serie di compromessi sociali non più accettati dalle nuove generazioni, quali l’occupazione a vita contro una politica salariale di premio dell’anzianità, il ruolo sussidiario delle donne, la separazione fra il ruolo di serie A delle grandi industrie e quello sussidiario e subappaltante di serie B delle piccole, la prevalenza delle scelte del sindacato aziendale rispetto a qualsiasi programma nazionale di evoluzione autonoma dei lavoratori. Se è vero che anche altri fattori, quali l’invecchiamento della popolazione e la crescente concorrenza degli altri Paesi asiatici, indeboliscono l’economia giapponese non vi è dubbio che vi è anche il rifiuto di 10.000 karoshi l’anno, ovvero morti per eccesso di lavoro, che colpiscono dirigenti, impiegati ed operai con infarti e fatali crisi cardio-circolatorie, particolarmente concentrate nelle occupazioni commerciali. Una serie di riforme avviate all’inizio del 2000, per esempio su una relativa autonomia delle piccole imprese, come su altri versanti, fanno esplodere il feuedalesimo computerizzato, ma fanno forse avvertire un incipiente tramonto in assenza di un nuovo modello.
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