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Sommari e brevi recensioni

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L'Espresso

di : francesco     


Il porto di Vibo Marina
Ogni tanto si riaccende l'interesse sul porto di Vibo Marina e puntualmente su tale importante
infrastruttura vengono avanzate ipotesi e soluzioni che appaiono quasi sempre, più che proposte concrete e collegate alla realtà e al possibile sviluppo del territorio, richiami al concetto astratto di porto ed a tutto quello che esso può fare immaginare. In effetti che esista un "problema porto" di Vibo Marina credo siano convinti tutti, nel senso che ognuno si rende conto che esiste una grande infrastruttura sostanzialmente abbandonata e che non realizza le sue evidenti "potenzialità".
Se si vuole però discutere del porto di Vibo Marina e del suo essere possibile motore di sviluppo del territorio Vibonese e dell'intera Calabria occorre superare alcuni miti che proprio per il loro essere stati ripetuti per decenni si sono sedimentati come verità nel convincimento comune, per cui il porto deve essere visto e deve confrontarsi con il territorio in cui è, certamente la Calabria tirrenica. Quando il porto nasce, essa è l'unica infrastruttura di questo tipo, di questa dimensione e di questa qualità fra Salerno e Reggio Calabria ed è quindi aperto ad ogni uso ed è pronto ad ogni possibilità. Accoglie inizialmente le barche dei pescatori poi nei primi decenni del secolo la nascita del cementificio comporta una prima utilizzazione dello stesso per il materiale che veniva utilizzato per la produzione del cemento, tanto da rendere necessario realizzare una piccola e breve linea ferroviaria a scartamento ridotto di servizio fino al porto.
Intanto nasce il porto di Gioia Tauro e soprattutto con l'affermarsi della Calabria come regione a forte vocazione turistica, nascono i porti turistici, fra questi Tropea.
Partendo da queste considerazioni si può ragionevolmente pensare un progetto complesso per il porto di Vibo Marina che, abbandonando la realtà del passato, segni un possibile percorso di sviluppo valutando le possibilità dei tre settori di attività sopraindicati.
Concretamente si può mantenere e potenziare l'attività di pesca, ma per fare ciò occorre intervenire sulla flotta peschereccia sia accrescendola sia modificando e potenziando il raggio di azione dei pescherecci, sia organizzando un mercato che si apra alla concorrenza e che realizzi un mercato libero,apparendo oggi il settore pesca una realtà nemmeno sufficiente per il mercato locale.
Potrebbe avere un rilancio ancora più forte se si potenziasse il settore della acquacultura, che è già presente con alcune importanti iniziative, e se si realizzasse una filiera completa legata alla lavorazione del pesce. Considerando ciò sarebbe possibile immaginare una sorta di "distripark" dove le merci vengono scaricate e attraverso operazioni di confezionamento, etichettatura, controllo di qualità e imballaggio, vengono preparate per essere avviate nel mercato. All'interno dello stesso ci potrebbero essere magazzini, servizi gestionali, servizi informativi, insomma immaginare una sorta di distripark nelle vicinanze del porto significherebbe dare corpo ad un elemento chiave per creare intorno al porto stesso un' indotto che generi occupazione e sviluppo.
Il porto industriale è ormai ridotto a piccole realtà che ancora se pure a stento sopravvivono ma che occorre avere il coraggio, per i problemi che pongono in una società in cui l'ambiente e l'inquinamento sono valori e realtà di forte impatto, di valutare il rapporto costi/benefici di simile realtà ed adottare soluzioni moderne e condivisibili. Il che non significa eliminare completamente la realtà industriale del porto ma renderla utile allo sviluppo complessivo. D'altro canto vi è anche la realtà del porto di Gioia Tauro da tenere presente.
Pubblicato il: novembre 17, 2005
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