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Elogio di Platinette

di : Claudia    


Un intellettuale è un uomo la cui mente sta sveglia da sola, diceva Albert Camus. Ora Platinette non sarà Camus, non foss’altro
per la parrucca color grano trebbiato di fresco e la pancia che gli rulla addosso –assieme all’enorme massa di neutroni- al ritmo di blues. Però, vi assicuro, Mauro Coruzzi in arte Platinette è uno dei più grandi intellettuali italiani, solo che lui non lo sa.
E se, in questi giorni, in un’umidiccia serata marzolina, vi capitasse d’imbucarvi al teatro Smeraldo di Milano e di vedere il suo show-biografia “Tutto su di me” probabilmente vi affiorerà la stessa, incauta sensazione. Ma non per lo spettacolo. Che Plati –sia detto- gestisce come un’antica maitresse dei libri di Montanelli: eloquio pirotecnico, corpaccione inguainato in completino abbacinanti (“Ogni ragazza ha il suo periodo fucsia, quello rosa maiale e quello rosa antico”), pensieri e parole sbrigliate con levità da quella prigione di carne, e soffiate da un’entusiasmo infantile verso il cielo.
Uno spettacolo, peraltro, che è un ipnotico mix tra una serata punk anni 80, un’uscita di Barbra Streisand e un pezzo di Gino Bramieri. C’è un affollamento di generi (non solo sessuali) sul quel palco. Tra l’album delle fotografie che scorre nella scenografia (ce n’è una in “Hot pants da prima comunione”, una del padre, struggente nella guerra di Libia e un’altra con Moira Orfei…); tra le canzoni di Mina e Rita Pavone sostenute da Aida Cooper e di Marilyn da Dolcenera; tra i ricordi veri e verosimili che palleggiano le sensazioni dalla cultura alta a quella bassa: tra tutto questo Helzapoppin, insomma, emerge un mattatore a tutto tondo.
“Anch’io, come la Milva ho avuto il mio periodo Berlin AlexanderPlatz, anch’io volevo recitare Brecht, ma nella vita non sempre si può fare ciò che si vuole, così mi sono accontentata mettendomi una parrucca rossa. Ero orribile”, dice Plati ruminando al microfono le mille frattaglie di una vita consumata nel nome del politicamente scorretto. Parmigiano, figlio/a di un muratore, ex garzone di fruttivendolo, una madre che adorava (come lei/lui) la Mina, una sorella ex mannequin di nome Maura (un guizzo di fantasia, coi nomi in casa Corazzi), Plati per noi è più di una star tv.
E’ quasi una categoria dello spirito. Nonostante la stazza (“Un gigantesco clown triste che non si piace la cui vita è un catalogo sadomasochistico”, scrive Stenio Solinas sul Giornale) Plati è spesso riuscita dove gente come Umberto Eco ha fallito. E’ riuscita ad impastare Sartre con Sanremo, i fumetti col rognone trifolato,Liala con lo strutturalismo, le battaglie sociali di Pannella con tutta la controcultura del 68 in blocco, castronerie comprese.
Erano in pochi a prenderlo /la sul serio negli anni 70, quando Radio Alice cantava la rivoluzione, e lui/lei batteva “davanti alle fabbriche per dare sollievo agli operai. Sono oggi , forse, in troppi a decantarne l’ “immensa intelligenza” –si fa sempre pure con Giuliano Ferrara: “Però è intelligente…”-, come se sotto una parrucca en travesti si dovesse necessariamente nascondere un’idiozia alimentata da abitudini sessuali irregolari. Plati, certo, ha fatto qualche fesseria. Anche se poi la sua diabolica astuzia le fesserie l’ha trasformate in guizzi postmoderni.
Ha fatto “Bisturi”con la Pivetti, per esempio, l’abisso vertiginoso della tv commerciale. La differenza è che, dopo, alla Pivetti hanno dato un programma politico, e a lei/lui la partecipazione al Barnum di Buona domenica e al parterre di “Amici”. Strana la vita. Eppure a forza di soffrire dentro anche i Pierrot possono pensare di mettere l’anima in ristrutturazione.
“Sono stufo delle luci, della città, del varietà... Ho voglia di biciclette, di tortelli di erbe, delle piazze di Parma, della provincia, di garanzie. Mi piacerebbe fare politica, ma non la politica come provocazione, non Cicciolina o Cicciolona, ma la politica nelle istituzioni, i problemi degli anziani, della salute, quei problemi di cui ti rendi conto solo quando ti toccano, quei problemi che non c’entrano nulla con le ideologie, la destra, la sinistra..”, dice lei/lui sempre a Solinas.
“Mi piacerebbe insegnare all’università, Storia della televisione, per esempio, in giacca e cravatta, con la mia brava borsa da professore... E vorrei rimettere mano a un romanzo che avevo iniziato, Bianca si intitolava, il nome di mia madre, il racconto in prima persona della sua vita di ragazza durante la guerra. L’ho riletto, un disastro, un po ’come fare recitare Shakespeare alla Caprioglio.... Credo che sia anche tempo per me di farla finita con questa identificazione materna in stile Vestito per uccidere...». Forse ce la farà. O forse no. Comunque vada, caro Mauro, la tua porca soddisfazione l’avrai sempre avuta….
Pubblicato il: marzo 31, 2006
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