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Barbarossa

di : marzio19yahooit    


Il popolo padano reclama libertà. Questo è il grido di battaglia con cui l'acquisito italiota Raz Degan dirompe sugli schermi
cinematografici. Bisogna dire, e pure con una certa enfasi, che nel deserto generale della cinematografia italiana più recente, Barbarossa non può passare inosservato. E infatti così non passerà. Si tratta di una grande produzione; pare che siano occorsi diversi anni, in cui Martinelli si è indaffarato a preparare il suo prodotto nei minimi dettagli. La sua impronta è in tutti gli aspetti della produzione: sceneggiatura, regia, occhio nei costumi e fotografia. La trama è tratta dalla storia - quella vera - ed è sviluppata in modo piuttosto blando e, diciamolo, poco originale. Federico di Hohenstaufen detto il Barbarossa è l'invasore straniero, già imperatore del Nord che mira a ricostituire il Sacro Impero dissolto di Carlomagno, e perciò necessità di estendere il dominio oltre la terra presieduta dal Vaticano.  D'accordo, fin qui ci siamo: qui non c'è tanto Martinelli e il risultato di uno sceneggiatore. Ebbene, l'idea che renderebbe cinematograficamente trasponibile la storia dov'è? Ci sarebbe un onesto uomo di Milano, figlio d'un fabbro, che si fa carico del sentimento di rivolta del popolo milanese oppresso, di contro all'invasore straniero che lede la presunta "libertà" del popolo milanese. L'astio verso lo straniero è potente e innesca nuovi sentimenti, che portano all'alleanza cogli odiati vicini di paese.
Se milanesi e pavesi, mantovani e novaresi si erano fin qui scannati in modo barbaro, ora questi bifolchi trovano un collante per unirsi, nella comune ripulsa per il potente Barbarossa.
Nessuno di loro sapeva di essere libero prima che arrivasse l'imperatore nordico a far capire loro che sono null'altro che  "pecore anarchiche" - come direbbe Roberto Gervaso. Quale coscenza di popolo ne scaturisce? Per rispondere alla domanda, che pure renderebbe il film e il suo tema tanto interessanti, non si può far altro che ricercare la risposta nella sceneggiatura che questo film, disgraziatamente, può vantare.
La sceneggiatura è, in diversi momenti, lacunosa e degna di un cartone animato. Frasi come "Preferiamo morire, piuttosto che perdere la libertà" ci vanno benissimo; ma usati come slogan, detti o gridati, in mezzo a un nulla di discorsi e d'altre spiegazioni, fa l'effetto di un'eccessiva stringatezza, un render troppo semplicistico il tutto... Insomma, crediamo che la produzione dovesse spenderci un po' d'inchiostro in più.
Una nota estremamente positiva, che innalza in modo strepitoso il livello qualitativo del prodotto, sta nella performance di Rutger Hauer, che appunto veste il ruolo del dominatore nordico. Ineccepibile, è l'interpretazione magistrale di un vero attore di portata internazionale  (ma vanno apprezzati pure la Smutniak e Abraham Phillips).
Altro difetto della sceneggiatura: nonostante gli sforzi per creare il senso della ripulsa verso l'imperatore nordico, lo spettatore viene affascinato dalla grandezza di questi, che pure non si presenta come un "cattivo", come un antagonista. Anzi. Se in Braveheart il protagonista combatteva contro nemici veramente disprezzabili, e lo stesso può dirsi degli eroi del Signore degli Anelli, qui non c'è nessun cattivo contro cui combattere. Il Barbarossa non fa nulla di male; semplicemente reagisce al mancato rispetto che il popolo milanese, più barbaro di lui, gli mostra. Questo è quel che lo spettatore medio comprende. Che non ci sia mutua simpatia è legittimo; ma siamo troppo invischiati nelle ragioni politiche del dominatore nordico per provare disprezzo per la sua figura, e per le sue azioni che - ribadiamo - appaiono in definitiva come la sola reazione all'arroganza dei sottomessi.
Abbiamo citato non a caso due film che condividono l'atmosfera del film avventuroso medievale. Dopo aver visto le battaglie infervorate di Braveheart e della trilogia tratta dall'epica di Tolkien, certe scene sanno inevitabilmente di deja-vu. Ma questo film è lontano dal porsi sul loro stesso piano; piuttosto, lo accosteremmo all'indimenticato Fantaghirò, tanto per restare in attinenza col novero della tradizione italiana.
Che altro dire? Ah, già. Ci stavamo dimenticando del popolo padano. Come non ricordare, infatti, che il film precedente di Martinelli era il Mercante di pietre, in cui si dava una rappresentazione della minaccia terrorista di un musulmano che progetta un attentato in Italia? Certo, l'immaginario collettivo ha bisogno anche delle rappresentazioni di questo cineasta, giusto per mantenere la parcondicio con gli eccessi "buonistici" della cinematografia sinistroide. Perciò, che sia vero o no che Martinelli è finanziato da qualcuno per trasmettere idee o opinioni - che in modo più o meno velato arrivino a solleticare le associazioni di idee nella mente degli spettatori - questo non dovrebbe preoccuparci. Si tratta, come dicevamo, di un'azione di bilanciamento. Il film è da vedere; ognuno la pensi come vuole, e tanto meglio sarà se darà adito a dibattiti, in qualunque sede possibile.
Marzio Valdambrini  (marzio19@yahoo.it)
Pubblicato il: ottobre 31, 2009
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