Dopo il successo e lo scandalo suscitati da La dolce vita,
Fellini come regista attraversò un momento delicato. Si trova
traccia della eco polemica anche in un mediometraggio del ‘62: Le tentazioni del dottor Antonio, in cui un bigotto impersonato da Peppino De Filippo si sente perseguitato da un cartellone pubblicitario che raffigura una gigantesca Anita Ekberg.
Non sorprende, quindi, che la trama del successivo
Otto e mezzo, del 1963, sia piuttosto autobiografica. Assistiamo ai dubbi e alle inquietudini di Guido, interpretato da Marcello Mastroianni, un regista che durante le cure termali sta scrivendo il suo nuovo, attesissimo film, fra le pressioni del suo produttore e gli acuminati strali dei critici cinematografici.
Ma non basta: Guido è in crisi anche come uomo, sia a causa di una relazione extraconiugale che per colpa dei ricordi ossessivi di un’infanzia segnata da una rigida educazione cattolica... Insomma, mentre tutti credono che lui sia “l’uomo della verità”, l’intellettuale depositario di un messaggio di progresso, il nostro non riesce neppure a mettere un po’ di ordine nelle sue faccende personali. Ritroverà una nuova speranza solo nel finale, quando capirà che il senso della vita sta proprio nel caos e nelle contraddizioni che la scandiscono.
In realtà la trama di Otto e mezzo, in sé e per sé, è poca cosa. L’abilità dello “stregone”
Fellini sta proprio in questo: su una banale crisi esistenziale riesce a costruire un’opera onirica e grottesca, molto innovativa per l’epoca in cui fu girata. Le scene realistiche e quelle immaginate si sovrappongono e si alternano, creando un’atmosfera intimista ma allo stesso tempo magica, a cui contribuiscono non poco le musiche di Nino Rota e la sceneggiatura di Ennio Flaiano.
Con questo capolavoro inizia forse la seconda fase della produzione felliniana, in cui aumenta il carattere soggettivistico delle storie. Del resto, a chi lo accusava di aver tradito il neorealismo, Fellini rispondeva che “la realtà manca del sentimento con cui la si guarda”. Otto e mezzo, inoltre, nel 1964 fruttò al regista il terzo Oscar come miglior film straniero.