Rosa Funzeca, interpretata da una splendida Ida Di Benedetto, ha fatto la prostituta per oltre venti anni e ora alla fine
ha deciso di cambiare vita. Anche se naturalmente non è cosa semplice, anzi. Con i soldi guadagnati e risparmiati in tanti anni riesce ad acquistare una bancarella di giochi e dolciumi alla periferia di Napoli, e soprattutto può andare a riprendere il figlio Fernando all’istituto dei preti in cui è cresciuto. Piccoli sogni che si realizzano. Appena spezzoni di una vita che Rosa tenta di far tornare normale, qualsiasi cosa possa significare normale. E così Rosa iscrive il ragazzo ad una scuola serale e gli trova anche un lavoro come carpentiere. Per un attimo le cose sembrano davvero poter andare per il meglio. Ma alla fine i soldi mancano di nuovo e Rosa è costretta di nuovo a tornare sulla strada e anche Fernando ne resta purtroppo invischiato. Con un finale incredibilmente drammatico e duro.
Dopo il poetico Iris, Aurelio Grimaldi torna a mostrare ancora personaggi di confine, sottoproletari dalle sfumature pasoliniane, come in Le buttane e soprattutto Nerolio, da una piece teatrale del regista di Accattone, le cui ambizioni di normalità vengono regolarmente frustrate da un ritorno violento alla vita di strada. Ripenso così anche a Mamma Rosa, di Pasolini. È brava Ida Di Benedetto, davvero brava. Forse anche perfetta per questo film, per questo ruolo. Dura e dolcissima allo stesso tempo, a secondo delle scene, a secondo delle esigenze del film, del regista. Bravao anche Primo Reggiani nel ruolo drammatico di Fernando, ragazzo sballottolato fra cose anche più grandi di lui. E dolorosamente. E poi Ennio Fantastichini e Aldo Giuffrè. È un bel film questo, indubbiamente da vedere, anche se doloroso, duro. Appena pochi attimi di incertezza, tutto il resto costruito con l’attenzione di chi sa fare del bel cinema ed anche con amore.