Tratto forse dal più bel libro di Stephen King, Il miglio verde è un film semplicemente bello. Triste e commovente e bello.
Ce lo racconta con i suoi occhi ormai anziani e i suoi ricordi Paul Edgecombe, uno straordinario Tom Hanks. Ormai anziano e in una casa di cura Paul racconta del suo passato ad un’amica. E le mostra un vecchio topolino. Torna indietro con i ricordi quando era capo delle guardi carcerario del miglio verde, il braccio della morte. Chiamato così per il colore del pavimento del corridoio che porta i condannati a morte fino alla sedia elettrica. Paul ricorda in modo particolare una persona. Un uomo di colore grande e grosso, alto ben due metri. Accusato di un crimine orribile, di aver ucciso due bambine in un bosco. E le prove sono tutte contro di lui, le ha ancora nelle due braccia quelle bimbe e nulla contano le sue grida di innocenza, nulla conta che dice che stava tentando di salvarle. Prove schiaccianti e poi è appena un nero nell’America del 1935 a Could Mountain. Solo che John è una persona buona, se ne accorgono subito le guardie carcerarie. Ha anche paura del buio. E col tempo ottiene l’amicizia di tutti, escluso del cattivo di turno, una delle guardie figlio di un potente del luogo. E si accorgono anche che John ha poteri particolari. Riesce a guarire le persone, anche quelle senza più speranza ormai. Succhia attraverso la bocca le malattie degli altri e così guarendole. Anche la moglie del direttore del carcere, guarita da un tumore. Con i suoi poteri e con una stretta di mano riesce anche a far vedere a Paul cosa è veramente successo in quel bosco, chi ha veramente ucciso quelle bambine. Come lui sia davvero innocente. Lo accompagniamo in quegli anni. Stiamo con lui in carcere, quando aiuta le persone. Stiamo insieme agli altri detenuti. Camminiamo con lui lungo il miglio verde, ci commuoviamo quando si siede sulla sedia elettrica e chiede perdono a Dio. Un film splendido, emozionante e amaro. Forse uno dei più begli atti d’accusa contro la barbarie della pena di morte.