Presentato come film minore e senza una particolare campagna pubblicitari I soliti sospetti ottenne al contrario un successo
inaspettato e grandioso. E più che meritato. Davvero un gran film. Merito degli attori, bravi, davvero bravi, con naturalmente sopra tutti uno strepitoso Kevin Spacey, che nello stesso periodo interpretò con altrettanta bravura anche il serial killer di Seven. E merito di Christopher McQuarrie, lo sceneggiatore del film, capace di costruire un piccolo gioiello. Un film costruito completamente sui flashback e i sui ricordi. E su una voce narrante fuori campo e sui dialoghi. Con l’azione ridotta al minimo, spesso addirittura quasi inesistente, tutto basato sulle parole, sui racconti, di
Verbal Kint. Un ritmo lento, molto lento, che però è perfetto per il film, risultando accattivante, quasi ipnotico per gli spettatori. Con un risultato sorprendentemente bello. Un film che ci tiene incollati alla storia, spesso circolare, con la fine che si confonde nei ricordi di Verbal Kint con l’inizio. Con i grossi colpi di scena finali.
Il film inizia con una nave che esplode sul molo di San Pedro in California. Un equipaggio intero sterminato e un criminale, Dean Keaton, ucciso nella stiva della nave. Nei pressi del molo viene fermato Verbal Kint, piccolo delinquente da quattro soldi claudicante e storpio che parrebbe implicato nello scoppio, senza però particolari prove. Già prosciolto dal procuratore, è interrogato da un agente di polizia, David Kujan, Chazz Palminteri. A cui racconta una storia, la sua verità.
Tutto inizia a New York sei settimane prima quando un camion di fucili viene rubato. Bryan Singer, il regista del film, ci presenta così i protagonisti del film. Sono loro i soliti sospetti. Cinque pregiudicati fermati per il furto di quel camion di fucili e per un confronto all’americana. L’ex poliziotto Dean Keaton, Gabriel Byrne, un piccolo truffatore, Roger Verbal Kint, Kevin Spacey, lo scassinatore Todd Hockey, Kevin Pollak, e due ricettatori, McManus, Stephen Baldwin, e Fenster, Benicio del Toro. I cinque si conoscono appena, come forse si conosco tutti quelli che fanno parte di un certo giro. Anche se hanno una cosa in comune, che scopriranno solo più tardi e che sarà l’inizio della loro fine: aver, in qualche modo, in passato procurato qualche danno a Keyser Soze.
Da questo incontro fortuito nasce l’idea, che parte da McManus, di fare un colpo insieme. Appena rilasciati per insufficienza di prove rapinano un gruppo di poliziotti corrotti che usavano le automobili della polizia per trafficare droga e smeraldi. Ottengono così un doppio risultato, un buon bottino vendicandosi allo stesso tempo dei poliziotti. Il ricettatore cui portano la merce propone loro un altro colpo, rubare gli smeraldi di un texano. Solo che le cose vanno questa volta meno bene e tre persone rimangono uccise. Ed entra così in scena uno strano avvocato di nome Kobayashi, Pete Postlethwaite. Voce di un misterioso boss criminale dal nome Keyser Soze. Che li ricatta arrivando anche ad uccidere Fenster che non voleva più far parte del gioco. Keyser Soze chiede ai quattro rimasti di uccidere l’equipaggio di una nave di trafficanti, rivali del boss. Dovranno eliminare il carico di droga e in cambio potranno tenersi il denaro. Con Verbal Kint che rimane sul molo su richiesta di Dean, si arriva così ad uccidere l’equipaggio della nave con nel frattempo la morte di Todd. McManus e Dean si accorgono che non c’è droga a bordo, ma solo un argentino, Mendoza,l’unica persona capace di identificare Keyser Soze. L’obiettivo quindi non era la droga, ma quello scomodo testimone.
Ecco il racconto di Verbal Kint, l’unico scampato dell’assalto della nave. Appena un caso fortuito? Il colpo di scena è tutto alla fine, ma non è giusto svelarlo, rovinerebbe il gusto di chi questo film ancora non ha avuto modo di vederlo.
Con uno straordinario Kevin Spacey e con un film ipnotizzante. Semplicemente imperdibile.