L'eccentrico proprietario di una catena di cliniche, Edward Cole(Jack Nicholson),ha dei guai seri con la propria salute e
si ritrova a spartire la stessa camera nella casa di cura di sua proprietà,con il mite Carter Chambers (Morgan Freeman).
E' contrariato,dato il suo carattere parecchio spigoloso,ma egli stesso aveva dato direttive ben precise sulle sue strutture:la sua realtà di ricovero sanitario non contempla oasi di relax o cultura estetica e pertanto l'utilizzo degli spazi in funzione dei benefici,prevedeva camere a due letti e personale selezionato,il resto a casa.
Carter,d'altra parte,è un uomo umile ed appare saggio ed arrendevole.
Non è imprenditore,ma meccanico,ansioso,però,di cultura e di sapere.
Una figura dai connotati ben differenti,per aprire il sipario della vicenda.
Ne risulta subito un confronto caratteriale fra le due persone inserite sotto uno stesso tetto,ma soprattutto accomunate da una stessa sorte di dolore:la consapevolezza del proprio destino.
Il passo successivo,è l' indagine che offre uno scorcio delle vite private dei due protagonisti,viste più in profondità,per poterne individuare la quotidiana realtà.
Viene a galla un matrimonio vacillante di Carter,insicuro fra incertezze e silenzi,che ripropone la prospettiva del personaggio di Freeman.
A una tesa discussione fra i due coniugi,nella stanza d'ospedale,alla presenza di Cole,sotto anestesia,dopo l'operazione,segue un cinico commento di quest'ultimo,in realtà ben sveglio,(...dopo anni passati nella sanità pubblica,mi sono convinto che ne uccidono più i visitatori che le malattie...),ponendo l'accento su una amara visione della vita.
Col procedere delle immagini,serie e facete,ma mai prive della tristezza che l'uomo malato trasmette,i due degenti si scambiano confidenze e diventano colleghi in una sorte che li accomuna.
Fino a diventare amici.
E dalla confidenza,anche se germogliata su una serie di equivoci,nasce la lista di qello che i due vorrebbero fare prima di andarsene.
Decidono,cosi,di scappare dall'ospedale,per dare inizio ad un viaggio durante il quale avranno modo di soddisfare ogni voce di quella "lista del capolinea".
Nicholson e Freeman sono due attori di grande prestigio con un background di somma valenza.
Questa pellicola li vede accomunati a raccontare una storia che,pur nata da una buona idea,non trova maturazione e compimento.
Affrontare il proprio destino di dolore,fino alla tragica conclusione di morte,affiancato da un amico che ne condivide le sorti,è un percorso che presenta aspetti e risvolti generosi e fecondi.
Ma in questa storia,tutto resta chiuso e non sboccia.
Non sembra bastare il talento di due ottimi attori a conferire dimensione e gusto ad una vicenda che nè sgomenta,nè diverte e resta in equilibrio instabile in uno scorrere sonnolento ed assorto.
Non bastano i ricorsi a tematiche di spessore,come la moralità o il rapporto Uomo/creatura - Creatore,a dare credibilità ai pochi sprazzi di apparente serietà calata fra i due amici.
Nè i bisticci scaturiti da occasionali reciproci rimproveri ed inviti alla saggezza sono bastanti a dare al film un valore aggiunto di aspetto etico.
Il regista,Rob Reiner,sbaglia mossa e manda i due alfieri nella direzione sbagliata,perdendo la partita.
Eppure fu ottimo nel regalarci pellicole quali "Misery
non deve morire","Vizi di famiglia","L'agguato","Il presidente-una storia d'amore".
Nicholson racconta sè stesso fino alla noia e in un succinto incipit offre la satura definizione di Edward Cole,attingendo a piene mani dagli stereotipi del suo catalogo ("...ho rifiutato una cena con Michelle Pfeiffer",dice,citandosi nelle "Streghe di Eastwick").
Freeman si ripete nella parte del sempiterno uomo di virtù,dispensatore di saggezza,che inciampa,stavolta e si involve nella routine.
Li ricordiamo con ben altri brividi,queste due grandi personalità del cinema,e non ci appaga per nulla questo loro incontro con ruoli cuciti addosso in uno script prevedibile che si traduce in null'altro che una scampagnata in avventure senza emozioni,ove non si ride e neppure si piange.