“Il vento fa il suo giro e tutte le cose tornano al loro posto”. E’ la frase con cui inizia e
con cui termina questo poetico film del regista Giorgio Diritti. Un film girato nell’alta Val Maira, in provincia di Cuneo, in Piemonte. I luoghi immortalati dalla cinepresa io li conoscevo già perché li avevo visti attraverso gli occhi della mia amica A. I suoi genitori sono originari della Val Maira e A. mi ha sempre descritto questi luoghi, che sia lei, sia la sua famiglia frequentano ancora oggi, con grande entusiasmo e con grande amore. Il paese dove è stato girato il film ha dato i natali a suo padre e A. conosce tutte le persone che hanno partecipato al film. Infatti gli “attori”, a parte il protagonista e pochi altri, sono “non attori” ovvero persone del luogo. Nel cast vi è anche suo cugino.
La vicenda si svolge a Chersogno dove vivono circa venti persone, tutte di età compresa tra i sessanta e gli ottant’anni, i giovani sono soltanto due. Il paese vive solo nei quindici giorni all’anno del periodo estivo, quando vi ritornano alcuni valligiani emigrati per lavoro a Torino e dintorni.
Un francese chiede di andare a vivere proprio a Chersogno per allevare le sue capre pregiate, portandosi dietro la moglie e i tre bambini. All’inizio l’ostilità verso lo straniero è molto forte, ma il sindaco convince gli abitanti ad accettare la nuova famiglia e all’inizio tutto sembra andare nel verso giusto. Iniziano però le prime incomprensioni finché la situazione precipita. Da entrambe le parti si manifesta una certa cocciutaggine e si arriva allo scontro finale tra il pastore francese e i valligiani.
Questi vengono descritti come gente dura, abituata a lavorare come muli, ma attaccatissima alla propria terra che difendono dallo straniero, anche se egli non è né albanese, né terrone. Gli alberi sono tantissimi, tuttavia, quando le capre iniziano a sconfinare al di là dello spazio concesso, una donna del luogo minaccia il francese di uccidere la capra per farne un arrosto e un uomo di chiamare l’Asl perché le capre mangiano le foglie di specie protette. E così in un crescendo di dispetti reciproci.
Gli spazi sono sconfinati, gli abitanti del luogo non allevano animali e non hanno bisogno dei pascoli, però guai a toccare la loro roba. Il fatto che Chersogno stia morendo e che anche per i suoi abitanti, data l’età, si avvicina l’ora del trapasso, sembra non importare a nessuno, se non al sindaco.
Vedendo questo film, mi è tornato in mente Mazarò, personaggio descritto in una novella di Verga. Egli, nato poverissimo, è un mezzadro che diventa ricchissimo con il duro lavoro. Quando si rende conto che la morte si avvicina, prende un randello e rincorre le sue galline urlando “robba mia vieni con me”. Forse anche gli abitanti di Chersogno vogliono imitare Mazzarò.
Il film è recitato in italiano, in francese e in occitano che deriva dall’antica lingua d’oc, una lingua dura e aspra come le montagne e la gente della Val Maira.
Al termine del film, la mamma della mia amica A. ha posto questa domanda: “Avete visto come siamo grami noi della Val Maira?”
Io credo che il regista abbia voluto mettere in luce la paura dello straniero che ogni comunità cela al suo interno e la consapevolezza di perdere le proprie radici e la propria identità aprendo uno spiraglio a nuove esperienze.
All’inizio è stata spiegata la storia del film: esso è stato girato nel 1995 dal regista e da un’altra persona del cast (non so se si tratta del fotografo) con 100.000,00 a testa, le persone che vi hanno lavorato non sono state pagate, anzi hanno ospitato gratuitamente il regista e la troupe durante le riprese. Il film è stato rifiutato da tutte le società di distribuzione di film e ha iniziato a girare nelle sale attraverso l’opera instancabile di promozione fatta dal regista stesso. Ora sta girando nelle sale per le rassegne d’essai e, se passerà dalle vostre parti, il mio consiglio è di vederlo.