Le scuole socialiste mostrano una notevole superiorità rispetto a quelle liberali, sia per la natura dei problemi che intendono
risolvere, sia per il modo di porli e di risolverli. I pensatori socialisti dimostrano persino una certa familiarità con quelle audaci speculazioni che hanno per oggetto Dio e la sua natura; l'uomo e ciò che lo costituisce, la società e le sue istituzioni, l'universo e le sue leggi. Da questa tendenza a generalizzare, a vedere le cose nel loro insieme, a considerare le dissonanze e le armonie generali, nasce la maggiore attitudine dei socialisti a entrare e a camminare, senza perdersi, nell'intricato labirinto della dialettica razionalista. Se nella grande contesa che grava sul mondo non dovessero intervenire altri combattenti oltre ai socialisti e ai liberali, la battaglia di certo non sarebbe lunga, né la vittoria sarebbe incerta.
Tutte le scuole socialiste sono, dal punto di vista filosofico, razionaliste; dal punto di vista politico, repubblicane; dal punto di vista religioso, atee. Quanto c'è in esse di razionalistico ricorda la scuola
liberale, dalla quale si distinguono per quanto hanno di ateistico e di repubblicano. Il problema consiste quindi nell'esaminare se il razionalismo è destinato a finire logicamente nel punto in cui timidamente il liberalismo si ferma, o se porta alle conclusioni cui arrivano le concezioni socialiste. Riservandoci di svolgere più sotto l'esame della questione dal punto di vista politico, ci occuperemo in questo capitolo principalmente del suo aspetto religioso.
Considerata sotto questo punto di vista la questione, appare chiaro che il sistema, in virtù del quale si concede alla ragione una competenza assoluta a risolvere da sola e senza l'aiuto di Dio tutti i problemi relativi all'ordine politico, a quello religioso, a quello sociale e a quello umano, presuppone nella ragione stessa una sovranità completa e una indipendenza assoluta. Codesto sistema comporta tre negazioni simultanee: quella della rivelazione (contraddicendo quest'ultima la competenza assoluta della ragione umana), quella della grazia (che contraddice, a sua volta, l'assoluta indipendenza della ragione), quella della provvidenza (che è in contraddizione con la sovranità indipendente dell'uomo). Ma queste tre negazioni, se ben si riflette, si risolvono in una sola negazione: quella di ogni legame tra Dio e l'uomo, poiché se questi non è unito a Dio per mezzo della rivelazione, della provvidenza e della grazia, non può essergli unito in nessun'altra maniera. Orbene: affermare tutto ciò di Dio è negarlo. Affermarne dogmaticamente l'esistenza dopo averlo spogliato di tutti i suoi attributi in modo altrettanto dogmatico è una contraddizione esclusiva del liberalismo, il più ricco di antinomie fra le correnti razionaliste. D'altronde tale incoerenza, lungi dall'essere accidentale, è congenita a tale scuola, che sotto ogni rispetto è uno strano composto di lampanti assurdità. La stessa attitudine prescelta nei riguardi di Dio la si ritrova puntualmente, in
politica, nei riguardi del re e del popolo. Il liberalismo si è assunto il compito di proclamare esistenze che poi annulla e di annullare le esistenze che proclama. Ognuno dei suoi principi, infatti, è seguito dal controprincipio che lo annienta. Così, per esempio, dichiara di sostenere la monarchia e poi la responsabilità ministeriale, e quindi l'onnipotenza del ministro responsabile, che contrasta con quella della monarchia. Proclama l'onnipotenza ministeriale e poi l'intervento sovrano delle assemblee deliberanti in materia di governo, la qual cosa viene ad inficiare la conclamata onnipotenza dei ministri. Proclama il sovrano intervento delle assemblee politiche negli affari dello Stato, e successivamente il diritto dei collegi elettorali a pronunciarsi in ultima istanza, ciò che contrasta con l'intervento sovrano delle assemblee politiche. Sostiene che il diritto alle decisioni ultime risiede nel corpo elettorale, e poi accetta in modo più o meno esplicito il supremo diritto all'insurrezione, che chiaramente contrasta con il precedente. Proclama il diritto delle masse all'insurrezione, il che è come proclamare la loro onnipotenza sovrana, e poi emette la legge del censo elettorale, che finisce con l'emarginare la cosiddetta sovranità delle masse.