La corte di
Strasburgo ha emesso una sentenza che è destinata a incendiare le polveri. I crocifissi vanno rimossi dalle scuole,
dicono, perchè sono discriminatori nei confronti degli adepti di altre fedi e altri culti. Si tratterebbe, insomma, di un intervento di livellazione delle differenze tra i paesi e le relative istituzioni all'interno del contenitore noto come UE. In Italia esplodono le reazioni. Più che prevedibili: si tratta infatti di un organo sovra-nazionale che si esprime sulle nostre faccende di casa. Il presidente della Camera, Fini, dichiara: "La laicità delle istituzioni non neghi il Cristianesimo"; ma tutti gli uomini politici interpellati sulla sentenza esprimono lo stesso sconcerto. Negare il Cristianesimo, per l'Italia, significa negare un pezzo eminente della tradizione storica del paese, nonché della stessa tradizione culturale. Si parla di storia e di cultura; dicono che dobbiamo essere democratici, dobbiamo essere uguali agli altri membri della Comunità Europea, ma il prezzo da pagare non può essere il sacrificio delle nostre stesse radici. E' stupido andare a rivangare il folklore romano, di un'antichità perduta di cui restano le briciole nei musei. Ma questo non è folklore; la
religione, in Italia, è ancora qualcosa di vivente.
Le istituzioni cambiano nel tempo; si aggiornano, si modernizzano. Cambiano gli uomini, ma le istituzioni restano le stesse. Si può dire che le istituzioni combattono una lotta contro il tempo, e nella lotta sono più abili a vincere quando hanno la forza di mantenere la posizione.
Il significato che per un popolo ha un simbolo - qual è appunto la croce appesa al muro - non può esser compreso dai signori che amministrano un ente geografico astratto come la UE. Astratto, sì, perchè è articolato in maniera troppo incomprensibile, che trova espressione in un ghirigoro che è infinitamente lontano dalla vita dei suoi abitanti, che si dicono "francesi", "tedeschi", "italiani", "irlandesi" e così via, ma dove mai un contadino dirà di sentirsi un "comunitario" o un "europeo". Non è solo questione di abitudini. Abbiamo detto del contadino: questo infatti è il caso dell'uomo radicato nella terra, l'uomo che avverte il nesso intimo fra l'uomo e il territorio. Che ne sa, un uomo del genere, del nesso astratto che può trarre direttive dalla corte di
Strasburgo? E che ne sa l'uomo della Tradizione, che vive di un passato e di una cultura che si è acquisita nel tempo, delle sentenze di un simile tribunale? Non parliamo del caso particolare dell'Italia e del crocifisso: ci riferiamo invece alla situazione generale che si configura ove si lede un piccolo frammento di memoria storica, frammento ancora vivo e palpitante, che cementa il sentimento di coappartenenza di un popolo, o almeno ne spiega le istituzioni secondo qualche logica.
Ma soffermiamoci un attimo su alcuni commenti espressi a seguito della sentenza.
QN (del 4 novembre), tra gli altri, pubblica il commento di Margherita Hack, che è a favore di Strasburgo, e quello di Mario Scialoja, che è contro. La prima intervistata è una scienziata; la sua opinione è che la simbologia religiosa sia appunto discriminatoria nei confronti di chi non la professa, e perciò la si debba esporre solo in ambiti privati. Vabbè. Molto più interessante è l'opinione di Scialoja. Chi è quest'uomo? Ambasciatore italiano in Arabia Saudita, convertito all'Islam. Dice: "in Italia il crocifisso si considera come un segno dell'identità culturale. Dobbiamo rispetto a coloro che lo vedono come un segno importante. Perciò, a vietarlo, si commette un errore nei confronti di una parte della cultura del Paese". Insomma, se ci sono tanti fedeli, a vietarlo si offendono gli stessi fedeli. "Le tradizioni contano, la fede merita rispetto" dice Scialoja. Che conclude l'intervista notando: "se si inizia con l'intolleranza verso un simbolo religioso come il crocifisso, si imbocca un brutto piano inclinato e poi magari si risponderà con l'intolleranza di segno opposto contro altre religioni o simboli. E noi ci teniamo molto ad avere il diritto di culto". Il diritto di culto: per mantenerlo, bisogna prima concederlo. Le parole dell'ambasciatore italiano e musulmano devono far riflettere.
Va bene la società multietnica, multiculturale, multiquelchevipare, e vanno bene pure i kebab accanto ai McDonald. Ma non si arriva a vietare i ristoranti in cui fanno la bistecca, pur di non offendere il gusto dei vegetariani. Il crocifisso deve restare lì dov'è, per questo motivo fondamentale: per garantire l'uguaglianza, è prima necessario conservare la diversità.
Marzio Valdambrini