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Il Principe, di Niccolò Machiavelli

di : marzio19yahooit     

Autore : Niccolò Machiavelli
Machiavelli fu un sottile osservatore del suo tempo, ma prima di tutto, occorre ricordare che fu uno storico. Malgrado certi
errori individuabili nei Discorsi sulla Prima Deca di Livio, circa nomi e date di eventi, va riconosciuto che fu anche un grande storico. Tale grandezza sta nel fatto che, a differenza di tanti altri storici che si sono approssimati alla materia d'indagine senza estrapolarne alcun insegnamento profondo, alcun abbozzo di "legge" o "leit-motiv" del tempo, ma soltanto si sono persi nel catalogare e compilare liste di numeri e nomi, il segretario fiorentino ha compreso ed espresso un sentimento della storia - che è, nel caso particolare della sua opera e dei suoi interessi - una storia politica.
Se i Discorsi sono la summa del materiale studiato dall'autore, con tutte le lezioni che eventi critici occorsi nella storia romana portano in sé, il Principe è invece il prontuario di leggi storico-politiche che l'autore ha poi sintetizzato, ossia il distillato dell'intera sua esperienza di osservatore disincantato della storia remota e interprete delle dinamiche sociali e politiche. Un distillato che l'autore, appunto nel Principe, attualizza in virtù della convergenza degli affari dell'Italia cinquecentesca con le strategie politiche di cui egli aveva già visto la radice nella storia.
Si dice che l'uomo "machiavellico", cioè il modello antropologico presentato dall'autore, corrisponda a un uomo che è naturalmente cattivo e avido; questa concezione è stata spesso usata dei critici, che hanno facilmente messo machiavelli in antitesi a Rousseau, che considera l'uomo come naturalmente buono, e che soltanto diventa cattivo per colpa di una società ingiusta che lo incatena e lo svilisce.
Questo è un giudizio erroneo e inaccettabile.
Per Machiavelli non esiste, in realtà, alcun modello umano del genere, che sia buono o cattivo. O almeno, se esiste, non esiste in virtù di un'astratta riflessione filosofica sulle qualità più o meno realizzate nell'uomo. Vi è una distinzione fondamentale tra Machiavelli e Rousseau, e questa è appunto nel modo di procedere della teoria. Machiavelli, come si è detto, è uno storico. E come ogni storico, affronta la storia e la comprende in grazia degli esempi che questa offre. A partire dagli esempi, l'autore elabora una loro interpretazione, da cui non esce fuori alcun modello astratto di uomo, come quel soggetto che Rousseau s'immagina, che è null'altro che una figura impensabile al di fuori della società e delle leggi a cui le necessità umane soggiacciono. Rousseau non è uno storico, e pertanto non è capace di pensare per esempi in modo sistematico.
Machiavelli vede la storia, e la comprende come un dominio di leggi e di necessità. La storia che è trascorsa, dunque quella antica che egli studia con passione, presenta la realtà per come questa è divenuta, ossia nelle forme plastiche in cui ogni possibilità del divenire si è fossilizzata.
Machiavelli non è Spengler. Nel divenuto, il segretario fiorentino vede soltanto la conferma di una legge del divenire.
E questa legge informa la concezione machiavellica della politica, che si può chiamare "realismo politico", o in altri modi che ne evocano il carattere pragmatico e razional-finalistico.
Considerando la storia - e pure la politica - come un dominio di leggi finalistiche e razionali, Machiavelli deve ignorare ogni influenza di idee morali: nella storia, intesa come "divenuto", non c'è un "bene" e un "male", ma soltanto le necessità da rispettare.
La storia, pertanto, trasmette al segretario fiorentino una concezione politica che quest'ultimo attualizza e rivolge nella sua interezza e plasticità al presente, dunque al tempo in divenire.
Le conseguenze di tale attualizzazioni sono discusse tra i critici e gli interpreti, e provocano quell'impressione di un cinismo esasperato.
Il Principe è l'attualizzazione di quella strategia realistica così raggiunta da Machiavelli.
L'autore scrive quest'opera dedicandola a Cesare Borgia, che avrebbe avuto - secondo il parere del segretario fiorentino - la possibilità e il talento per stabilizzare la situazione italiana, segnata dal permanente squilibrio e i continui capovolgimenti di fronte.
Il primo avviso che l'autore rivolge al Borgia è di essere "volpe e leone": dunque astuto e feroce.
Le indicazioni sono troppe, e profonde a un livello tale da non concedere qui di dar di tutto una spiegazione adeguata. Ci soffermiamo su alcuni punti.
Per l'autore, un grave segno di debolezza sta nella scelta di uno Stato di affidarsi a un esercito di mercenari. Questi sono a disposizione soltanto in grazia del pagamento che riscuotono, e perciò su di essi si deve far affidamento in maniera limitata. Quando ci si trova in tempi di pace, i soldati mercenari godono dello stipendio all'osteria e nei divertimenti, ma quando la situazione volge al brutto, ci si può ben aspettare che questi si diano alla macchia - dal momento che non combattono per qualcosa che appartiene loro - oppure, nel peggiore dei casi, si possono rivoltare contro il precedente datore di lavoro perchè comprati dal nemico. La soluzione consisterebbe nell'istituire un esercito coi soli cittadini di quella terra, perchè avendo un legame familiare e territoriale questi possono garantire la fedeltà, che dunque combattono per difendere qualcosa che sentono come loro propria.
Un altro insegnamento che Machiavelli impartisce sta nel guardarsi bene dai condottieri di valore che un tempo ci hanno servito e di cui non abbiamo più bisogno. Il caso del Conte di Carmagnola mostra che è meglio disfarsi di un condottiero vincente, che pure ci è stato fedele ma su cui non abbiamo potere di coercizione, piuttosto che punire un condottiero incapace che ci ha fatto perdere una battaglia.
Marzio Valdambrini
Pubblicato il: giugno 30, 2009

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