E’ la ricerca dell’Ires-Cgil a portare alla luce in maniera scientifica una situazione ormai diventata insostenibile per
i figli dei rivoluzionari al potere, giovani nella fascia di età compresa tra i 24 e i 30 anni che non riescono ad inserirsi nel mercato del lavoro e che, anche nei casi in cui ci riescono, sono sottoposti a regimi ai limiti della legalità, una legalità, tra l’altro che non li tutela affatto né dal punto di vista socio-economico, né per ciò che riguarda le loro prospettive di vita.
Il profilo risulta largamente peggiorativo se si osservano i dati relativi al livello di istruzione: la mannaia della disoccupazione e della precarietà si abbatte con maggior violenza quanto più elevato è il grado di preparazione degli aspiranti lavoratori: anche chi non ha finito nemmeno la scuola dell'obbligo
guadagna più di un laureato, visto che l'anzianità conta più della qualifica. Sotto gli 800 euro convive il 25% dei titolari di licenza elementare, il 14,1 dei diplomati alla scuola media e il 28,2 dei laureati.
Se la metà dei giovani sotto i 24 anni guadagna meno di 800 € e l’87% ha un contratto a tempo determinato e determinatissimo, segnala Luisa Grion dalle pagine de La Repubblica, meno ancora riscuotono i laureati. Le laureate poi risultano addirittura penalizzate nella loro condizione di donne: il 70% delle lavoratrici giovani guadagna meno di mille euro contro il 51,6 degli uomini.
Il 90% dei giovanissimi (17-24 anni) dispone di meno di 1.000 euro, il 60 di meno di 800.
Eppure la sicurezza di contratti più garantisti e duraturi è alla base dell’edificazione sociale, dei progetti di vita che ne delineano la storia. I
trentenni, dal canto loro, si limitano ad aderire a critiche distruttive elaborate da altri contro la globalizzazione, senza credere nell'Europa e nel sindacato dove è iscritto solo il 23% dei giovanissimi contro il 73 dei cinquantenni, un’istituzione, che anche questa stessa ricerca rivela essere ad anniluce di distanza rispetto alle problematiche attuali del lavoro. Perché? Perché i dirigenti sono sempre loro: i cari vecchi sessantottini che le loro conquiste, le hanno sì guadagnate col sudore per sé e per i posteri, ma che, una volta insediatisi nei centri di potere, non vogliono saperne di accettare quello che sarebbe il naturale avvicendamento tra le generazioni. E così i trentenni rimangono eterni adolescenti, senza una lira in tasca, senza futuro e semrpe a casa dei genitori e passano pure per “mammoni” grazie alle accuse senza vergogna rivolte dagli eterni adulti.
Ma la Cgil ha detto stop e nel giro di un anno e mezzo dichiara di voler svecchiare i vertici per far posto ai “giovani” quarantenni, anch’essi baciati dalla fortuna di essere entrati nel mondo del lavoro in un momento storico che prevedeva ancora sicurezza e garanzie e, per usare una formula ormai onirica, contratti a tempo indeterminato: “Va guidato un rinnovo nelle gerarchie - spiega Agostino Megale, presidente dell'Ires, - l'obiettivo è di arrivare ad un 50% di under 40enni in tutti i gruppi dirigenziali”. Il tema sarà affrontato nel corso del congresso imminente, un appuntamento al quale i ragazzi della stage generation non dovrebbero mancare se davvero vogliono che le cose cambino.
25 gennaio 2006