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Ancora una ricerca sull’insoddisfazione dei docenti italiani

di : Antonietta De Luca    


Stavolta è solo una tesi di laurea. Non si capisce se a parere del giornalista de La Repubblica Salvo Intravaia a fare notizia
sia più il fenomeno della scarsa considerazione di cui i docenti medi godono nella società o il fatto che l’argomento sia finito in un’aula universitaria.
Palermo, facoltà di Psicologia, relatore Francesco De Pace, tesi di Francesca Di Martino, questionario, campione, 753 professori e 60 domande: sono questi i numeri che esprimono il disagio della scuola italiana, un disagio del quale non si riesce proprio a discutere in termini qualitativi.
Che la novità sia la frustrazione economica e sociale degli insegnanti sembra giornalisticamente abbastanza dubbio, tra l’altro, visto che questo sembra essere un problema endemico di un’istituzione attaccabile anche senza particolare impegno argomentativo.
Pochi soldi, sindrome da verticismo acquisito (con l’autonomia e con la riforma Moratti), poco tempo, poca didattica, scarso coinvolgimento nelle questioni di interesse professionale tutte calate dalla dirigenza, sovraccarico burocratico.
“La soddisfazione lavorativa nel quadro del mutamento del sistema scuola”, titolo del lavoro della dottoressa Di Martino, documenta questi originali “cambiamenti” nella storia dell’istutuzione senza mentire sull’opinione delle minoranze discordanti: politically correct.
Leggendo oltre, però, emerge finalmente la pietra dello scandalo: la percentuale oggi è diventata troppo alta, soprattutto se paragonata con quella delle altre categorie di lavoratori.
Il commento del sindacato è molto drastico: “Quando in un settore, come quello della scuola – che ha fatto della professionalità uno punti forti – quasi tutto viene imposto dall'alto – dichiara Gaetano Ruvolo, segretario provinciale della Flc Cgil di Palermo – non mi meraviglia che il livello di soddisfazione cali a picco. Se poi si pretende di operare anche risparmi attraverso consistenti tagli alle risorse, la frittata è servita”.
Inutile riferirsi al precariato storico e non, ai concorsi mancati, alla brillante idea delle SSIS, alle continue bizze di un ministero che non sa mai chi accontentare per primo e che finisce dunque per barcamenarsi tra provvedimenti contrastanti, contraddittori, retroattivi, in una parola iniqui.
Ci si chiede allora quale sia il senso di queste indagini che trascurano e oscurano completamente la voglia degli insegnanti di dedicarsi serenamente agli studenti e soprattutto quale sia il senso di pubblicizzarle se è vero che il tam tam si traduce in questo caso nella produzione reiterata di uno stereotipo negativo, laddove la necessità sarebbe quella di gettare una luce positiva su una classe professionale già abbastanza penalizzata a tutti i livelli.
Non sembra, infatti, che la rilevazione di questi dati concorra ad alcun tipo di sensibilizzazione al problema, visto che da anni la situazione risulta più che nota e sviscerata. E’alla politica che è demandato il compito di avanzare proposte e richieste consone alle necessità del mondo della scuola e alla tutela della cultura e del futuro dei giovani ed è all’elettorato docente che è demandato il compito di promuovere o di bocciare i soggetti politici che prendono inziative per cambiare la situazione. Le chiacchiere, come sempre, stanno a zero.
26 gennaio 2006
http://www.repubblica.it/2005/l/sezioni/scuo la_e_universita/servizi/raccontiscuola/studioprof/studioprof.html
Pubblicato il: gennaio 29, 2006
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