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Homepage Shvoong>Arte E Scienze Umane>Studi Religiosi - Generale>Il mito del buon selvaggio e la nostalgia delle origini

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Il mito del buon selvaggio e la nostalgia delle origini

di : marzio19yahooit     

Autore : Mircea Eliade
I capitoli che costituiscono l'opera Miti, sogni e misteri di Mircea Eliade possono ben vedersi come tappe di una
riflessione omogenea che indaga un tema unico, che è il funzionamento del mito. Come da subito si evince nella prefazione, si tratta in verità di una serie di saggi e articoli scritti in momenti diversi e per occasioni diverse; l'omogeneità risulta come testimonianza dell'interesse costante che l'autore ha sempre rivolto a un tema unico che è complesso e profondo, ma che pur consente di esser affrontato da parti diverse senza mai smarrire il nesso col nucleo principale. Nel saggio Il mito del buon selvaggio, qui contenuto, l'autore esordisce citando la fortunata affermazione del folklorista italiano Giuseppe Cocchiara, secondo il quale "il selvaggio, prima di essere scoperto, è stato inventato". La citazione merita un'approfondimento, che corre in sottofondo all'analisi con cui lo studioso romeno illustra la sua attinenza con la nostalgia delle origini che contrassegna la psiche degli uomini primitivi - e in maniera più sottile e impercettibile (ove non "rimossa" dalla coscienza e abbandonata alla sfera dell'inconscio) negli uomini civilizzati del nostro Occidente.
Eliade mostra come i popoli primitivi (tra cui i popoli che stanno arretrati sul piano dell'evoluzione culturale - termine, questo, da usare però con le pinze) abbiano la percezione assai viva di un tempo pre-storico, che si è perduto a causa di una trasgressione compiuta dagli stessi uomini, ove non per colpa di qualche accidente occorso per cause ignote. L'idea di una "età dell'oro" è presente in tutte le civiltà: quelle più arretrate come quelle più vicine a noi. Particolare importanza, nelle civiltà primitive, è assunta dalla figura di uomini che vestono il ruolo istituzionale di mantenere la memoria di quel tempo perduto, ove non già di riattualizzarlo. La figura dello sciamano, presente in più culture e più religioni sparse per il globo, è valorizzata in base a questa necessità che è avvertita in maniera coesiva e socialmente imprescindibile nella comunità. Lo sciamano è colui che stabilisce il ponte con l'origine, con l'età d'oro che si è perduta, col passato remoto che si vuole ri-attualizzare. Da qui scaturisce l'importanza del rito, che ha la funzione di abolire il mondo storico, e dunque tutto quel che sfugge all'età corrotta in cui l’uomo è versato. Eliade illustra in modo assai convincente come certe civiltà primitive, e pure "tradizionali" - e tra queste si può considerare la civiltà indù, che pure presenta una ricchezza culturale che è superiore alle presunte conquiste culturali più avanzate che l'intelligenza occidentale ha partorito - considerino la storia come continuo fluire e deperire. Per gli uomini indù, infatti, la storia crea incessantemente illusioni, che distaccano l'attenzione dell'uomo da quel che è la verità, che non è storica e nemmeno storicizzabile, ma è costante ed eterna. Per gli indù, la storia in quanto creatrice di illusioni, che nasconde sempre di più col suo scorrere l'uomo dalla verità delle origini (cioè la verità che nell'età dell'oro era accessibile a chiunque in maniera immediata) è detta Maya.
L'indù capisce bene il malessere che l'uomo occidentale patisce, ossia l'angoscia del tempo presente - scrive Eliade. Capisce tale angoscia, perchè vede come l'uomo che è seguace delle ultime correnti di pensiero moderne, che dal razionalismo illuminista lo portano dritto nella sua controparte inevitabile, ossia il nichilismo (nella veste esistenziale o storicista, che pur fanno un tutt'uno), non sia in grado di sfuggire alla percezione di sé come di un essere inevitabilmente precario, nato in vista della morte, che deve riassumere il senso della propria vita in attimi e momenti di fittizia e non durevole soddisfazione. L'indù - come l'uomo delle civiltà primitive - conoscerebbe invece l'antidoto a tale angoscia, perchè ha coscienza del carattere illusorio di quel che circonda oggi l'uomo, e che gli copre gli occhi di fronte alla verità nuda, pur facendogli invece credere di liberargli la vista da legami e catene di condizionamento psicologico (culturale e anche sociale) prodottegli da un qualche oscurantismo.
Marzio Valdambrini
Pubblicato il: settembre 23, 2009
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