Letteratura italiana antica
Recensione a Mario Marti, “Dal certo al vero”, Roma, Edizioni dell’Ateneo,
1962.
Questo libro di Mario Marti costituisce una pietra miliare nel campo degli studi letterari italiani. Si tratta di un libro che ancora oggi si raccomanda per chiarezza e completezza d’informazione. Il testo raccoglie una serie di saggi che vanno dagli stilnovisti ai poeti
giocosi fino a Leopardi. Per quanto riguarda la letteratura italiana antica, molto interessante è l’ “Introduzione ai poeti giocosi” (pp. 9-24). Conosciamo tutti, osserva Marti, le tematiche dei poeti giocosi ( Cecco
Angiolieri, Folgòre, Rustico); essi evidenziano una visione del mondo gaudente, che esalta il gioco e la taverna, l’amore carnale, il denaro. Però, avverte il critico, occorre stare attenti a non confondere con l’autobiografia ciò che invece è soltanto letteratura. Così come lo “Stil Novo” si esprime nello “stile tragico”, la rimeria giocosa o realistica s’ispirava ai dettami del cosiddetto “stile comico”, il quale, oltre a prevedere un linguaggio “basso”, con termini grossolani, possedeva contenuti “tipici”, ovvero realistici e sensuali. La scarsa conoscenza, nei tempi passati, della funzione dello “stile comico” portò così, rileva Marti, certa nostra critica di stampo positivista a credere come “vere” certe affermazioni dei “poeti giocosi”, quando invece tutto tendeva a risolversi nell’ambito delle retoriche e delle normative letterarie medievali. Su tali presupposti, per esempio si è rafforzato negli anni il mito di Cecco Angiolieri crapulone, donnaiolo e spendaccione: è difficile, in effetti, continua Marti, credere che questi fossero i veri ideali dell’Angiolieri. I suoi versi, che innalzavano “la donna, la taverna e il dado”, rientravano invece in quel filone, iniziato con la poesia goliardica, che appunto esaltava tali esperienze: ma la questione, comunque, non deve essere interpretata come una sorta di “confessione” di carattere personale. Basti pensare, del resto, che anche il motivo della “malinconia”, così frequente in Cecco Angiolieri, è sostanzialmente un “prodotto di scuola”, allo stesso modo con cui appartenevano alla satira anti-uxoria i sonetti contro le donne di Pietro dei Faitinelli, il quale, nonostante le apparenze, fu un marito più che fedele. Anche i temi contro le donne dello stesso Pietro, anziché rispecchiare situazioni biografiche, si inseriscono nel filone della poesia misogina, così cara ai “giocosi”. In conclusione, i famosi temi dell’amore carnale e profano, le invettive contro le donne, il piacere per il gioco, non sono documenti di vita, ma soltanto, e per la stragrande maggioranza dei poeti “giocosi”, delle prove di carattere letterario: un filone che ebbe particolare fortuna non solo in Italia, ma in tutta Europa, in Francia come in Spagna. In conclusione, sottolinea il critico, pare del tutto errato, oltre che ingiusto, accusare di “dissipazione” morale e scarsa i nostri poeti giocosi. Marti ha perfettamente ragione a creare un serio distinguo tra “vita” e “letteratura” a proposito dei “giocosi”: le sue intuizioni sono state infatti suffragate anche da altri studiosi, come Alfredo Schiaffini per esempio, il quale fa notare che la poesia giocosa ebbe un illustre cultore anche in Dante, che, in fatto di vita proba e costumi morigerati è autore al di sopra di ogni sospetto. Lo “stile comico” permetteva a Dante non solo di poter inserire vocaboli di norma espunti dallo “stile tragico” proprio della Canzone, ma anche di trattare temi di tipo triviale, sarcastico, come gli accade, per esempio nei sonetti della “tenzone” con Forese Donati e l’altra con lo stesso Angiolieri, che rispose con il famoso sonetto; “Dante, s’i’ son buon begolardo”. Per di più lo stile comico consentiva un’enorme varieta d’uso della lingua poetica, che poteva sconfinare persino nei dialetti. Se Dante mantiene le distanze rispetto ai “giocosi” ciò è dovuto è dovuto al fatto che i giocosi erano ritenuti poeti “inferiori”, e perché scrivevano per scopi poco elevati. Un altro interessante contributo del Marti sulla letteratura italiana medievale è nel saggio “Interpretazione del Decameron” (pp. 139-145), ove il critico sottolinea nel Boccaccio, oltre che il marcato realismo, anche il carattere “analitico” della sua prosa, regolata secondo o moduli della retorica medievale, e secondo la teoria degli “stili”, ai quali gli scrittori medievali guardavano come a un punto assolutamente imprescindibile. In forza della teoria degli stili, la lingua del Boccaccio si adegua ai personaggi, popolari o altolocati e quindi agli ambienti sociali. Il tanto noto e imitato periodo boccaccesco, a volte ampio e solenne, talora più breve, si “adatta” ai personaggi, per cui ne scaturiscono o scelte lessicali colte e sintatticamente ampie, o un linguaggio più dimesso, che a volte sfocia nel gergale.
Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia