Scritto nel 1764, ma aggiornato
fino al 1769, il Dizionario presenta quasi tutte le voci in modo assai
dilettevole, benché utile e profondo. I richiami alle fonti sono sempre
pungenti, tanto da esporre le proprie opinioni come un fatto. Il bersaglio
principale dell’opera è la superstizione: Voltaire si scaglierà spesso contro
tutte le sette cristiane – inclusa ovviamente la cattolica -, ma non
risparmierà nulla agli ebrei, alquanto disprezzati dal francese.
La critica alla religione rivela
quanto gli scritti biblici siano in realtà opera di uomini del proprio
tempo e
rivelano quanto la divinità dei libri
sacri sia data solo dalla consuetudine a
considerarli sacri: la Chiesa ha deciso che sono sacri, dunque lo sono. Il
tutto ad offesa dell’indagine razionale non solo della realtà effettiva, ma
anche del testo biblico, che - come accade ancor oggi nonostante l’alto tasso d’alfabetismo
– non è minimamente
letto e, anche quando letto, non è posto sotto la
lente del
senso comune.
Voltaire è un autore di buon
senso: figlio del proprio tempo, capisce che le conquiste sono lente da
ottenere e non fa mai un passo più lungo della gamba, convinto che tutto potrà
avvenire a suo tempo, liberando gradualmente le menti dai pregiudizi; dunque, inutile
accusarlo di poco coraggio.
Il Dizionario rivela la
grandezza dell’uomo, basando l’universalità degli uomini di tutti i tempi e di
tutti i luoghi su una morale universale basta sull’amore e sull’impegno per gli
altri. Significativamente, l’ultima voce del Dizionario è “Virtù”.
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