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La forma dei valori e la natura della ragione

di : marzio19yahooit     

Autore : Marzio Valdambrini
Fondare i valori dell'etica richiama la questione circa la natura della ragione. Consideriamo le acute osservazioni di Ludwig
Wittgenstein, il quale mostra che ogni logica che l'uomo può concepire deve sempre dare qualcosa per scontato.
Nella fattispecie: esprimere affermazioni in merito a A o a B, non richiede normalmente di definire anche un quantificatore di esistenza, e pertanto di possibilità di un A e di un B. Dal momento che A e B fanno già parte di un discorso, la loro esistenza è già assodata. Anche Max Scheler ha affermato che non è importante che A e B siano veri, almeno quanto il fatto che siano evidenti.
Wittgenstein arrivava così ad affermare che la ragione non ha fondamento. La ragione è sempre una “ragione dialettica”. La dialettica presuppone un linguaggio, e pertanto i limiti del linguaggio trovano corrispondenza nei limiti della dialettica, e i limiti della dialettica trovano corrispondenza nei limiti della ragione.
Il Tractatus di Wittgenstein ha presentato un’esaustiva analisi dei fondamenti del linguaggio ordinario; qui è affermato un “solipsismo linguistico”, con cui è detto che i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo, e che per parlare del linguaggio bisognerebbe uscire dal linguaggio; gli atti extra-linguistici avrebbero tuttavia una definizione soltanto mediante lo stesso linguaggio da cui si vuole uscire. I limiti della razionalità – riconosciamo qui – sono pertanto ratificabili soltanto con ricorso a quegli stessi strumenti che la razionalità ci offre, e dal circolo non si può mai uscire. Non se ne esce, giacché un atto irrazionale è anti-dialettico, e si situa pertanto al di fuori del mondo; fuori dal mondo dialettico, culturale, sociale e propriamente umano.
Il punto-limite dell’indagine wittgensteiniana è inevitabilmente un ricorso al silenzio circa le cose che sfuggono alla dialettica: “Di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere”.
L'indagine epistemologica svolta da Wittgenstein si colloca non lontano dall'opera metodologica di Max Weber, ove si trova discussa e problematizzata la stessa razionalità.
Ha una risonanza sia wittgensteiniana che weberiana il seguente riconoscimento, che troviamo nella critica di Scheler all'etica aprioristica kantiana: “Il principio che il discernimento del bene possa definire originariamente ed esclusivamente ciò che è bene (nonché, di riflesso, ogni norma dell’agire e del volere) è completamente estraneo al problema di quali siano i fattori pratici maggiormente adeguati a garantire, nel loro insieme, il discernimento del bene o a far valutare adeguatamente l’efficacia della tradizione, della trasmissione ereditaria, dell’autorità, dell’educazione, dell’esperienza autonomamente acquisita. È solo negando questo principio che si è costretti ad acquisire come valide le premesse, precedentemente ricusate, implicite all'interpretazione formalistica, soggettivistica, trascendentalistica, spontaneistica dell’apriorismo”.
La critica scheleriana contro Kant, secondo la quale è impossibile dedurre da leggi formali l’idea del bene, si riconduce all’impossibilità di stabilire la natura di A e B, partendo dalle proposizioni logiche in cui A e B compaiono, e che sono sempre proposizioni formali.
Risultato dell'etica formale (che Scheler contesta) sarebbe pure l'assiologia altrettanto formale che, secondo Brentano, consente di inferire i valori. “L’assioma formulato ad esempio da Franz Brentano, che un valore rappresentato dalla somma dei valori V1 + V2 è anche un valore superiore (cioè secondo lui preferibile per definizione a V1 o a V2), non è un principio assiologico valido in se stesso, bensì unicamente l’applicazione di un principio aritmetico alle cose di valore o addirittura ai loro simboli. Un valore non diviene mai ‘superiore’ ad un altro per il fatto di rappresentare una somma di ‘valori’. Il contrasto tra ‘inferiore’ e ‘superiore’ è appunto caratterizzato dal fatto che anche una grandezza infinita – ad esempio quella del ‘piacevole’ (o spiacevole) – non produce mai una grandezza d’altro genere (ad esempio quella del sublime o del volgare) oppure del valore spirituale (ad esempio d’una conoscenza). La somma di valori è certamente ‘preferibile’ al singolo valore. È però erronea l’equiparazione, operata da Brentano, tra il valore superiore e il ‘valore di preferenza’”. Con ciò, anche Brentano avrebbe evitato di fondare un’assiologia materiale dei valori. La gerarchia delle preferenze può infatti mutare (come possono mutare i contenuti di A e B, pur rimanendo valido l’assioma formale in cui A e B partecipano), mentre la gerarchia dei valori è immutabile. La gerarchia dei valori, giacché questi sono primi e irriducibili a fattori esterni o contingenti, non può esser dedotta o derivata. Essi sono tanto elevati quanto più sono autonomi e indipendenti, nonché quanto sono integri e indivisibili. Che un valore abbia “durata” è indice della sua scarsa elevatezza; posta la durata, si pone anche il limite del valore che non è più immutabile. L’amore umano risulta suscettibile di durata, giacché la sua condizione di possibilità si verifica attraverso il tempo. Con ciò, l’autore riconosce che il fenomeno della durata coincide col fenomeno della “sopravvivenza” del valore stesso. Quanto sia inadeguata un’assiologia formale può desumersi nella vita quotidiana, osservando tante persone attente alla veste esteriore, e noncuranti del “contenuto” che dovrebbe essere rappresentato in quelle forme. La struttura gerarchica dei valori è spiegabile solo grazie ad atti spirituali non condizionati a loro volta dalla vita. Come dunque alla base della razionalità vi è una fede irrazionale, i valori che determinano la vita non possono trovare la loro fondazione nel materiale esperito direttamente nella vita, quanto piuttosto possono trovarvi, eventualmente, una conferma. Come riconosce appunto Scheler, se i valori fossero relativi alla vita allora la vita sarebbe priva di valore.
Pubblicato il: ottobre 25, 2009
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