Il concetto di necessità ha, secondo Max Scheler, una duplice valenza su cui Kant non avrebbe fatto sufficiente chiarezza.
Necessaria è anzitutto una proposizione entro la sfera predicativa; in secondo luogo, la necessità è il “discernimento puramente positivo di quanto costituisce una correlazione eidetica”. Il primo caso presenta una necessità espressa nell’atto del giudizio, nel secondo caso si tratta invece di una necessità espressa nell’atto dell’intuizione.
A = A è una proposizione che giudichiamo vera a priori, perché ne cogliamo aprioristicamente la verità formale. A = B non risulta vera aprioristicamente; mentre la prima proposizione era vera necessariamente in via intuitiva, questa può esserlo solo nel giudizio, che interviene dopo la verifica di A e di B.
Ma che A sia diverso o uguale a B deve essere vero oppure falso; altrettanto, sulle due ipotesi vale il principio secondo cui una proposizione è vera e l’altra è falsa. Questi principi – scrive l’autore – devono essere veri; ma “è erroneo affermare che essi definiscono la verità, per cui ‘vere’ sarebbero le proposizioni che vi si conformassero”. É il pensiero stesso che rende necessaria questa alternativa, giacché il pensiero non può affermare e negare allo stesso tempo, così come attraverso il linguaggio non si può dire una cosa e contemporaneamente il suo contrario. (Sono escluse dalla casistica le asserzioni prive di senso che negano e affermano, perché nell’essere auto-contraddittorie realizzano l’effetto di non affermare e non negare).
La verità logica sarebbe data dall’intuitività a priori. L’apriorismo non richiede il conformarsi a una regola, come prescrive invece l’etica formale kantiana. Scheler osserva, infatti, che può benissimo esservi un a priori che sia intuito da un unico soggetto.
Ancora il rigore fenomenologico spinge l’autore a problematizzare il soggettivismo etico, che si oppone alla pretesa idealistica di un’etica materiale di essenze immutabili. Non c’è un io che percepisce l’albero – scrive – ma bensì un uomo che è dotato di un io, e che diviene immediatamente cosciente d’essere la stessa persona nell’attuazione delle sue percezioni interne ed esterne. Ma la coscienza non può esser resa così astratta; essa è radicata profondamente alla soggettività. Lo stesso autore riconosce infatti che proprio il soggettivismo della dottrina aprioristica che egli respinge “elimina più d’ogni altra dottrina il valore morale dell’io individuale, trasformandolo addirittura in una ‘contradictio in adiecto’”. Le stesse concezioni di innato o acquisito devono esser espunte dall’idea dell’a priori. Queste concezioni sono riferite, secondo Scheler, sempre ad una genesi di natura causale, e perdono dunque “ogni valenza in un contesto relativo alla modalità dell’intuizione”. È per l’autore destinata a fallire ogni ipotesi di dedurre l’a priori da presunte disposizioni ereditarie; ma anche “dalla pressione esercitata da determinate modalità associative dell’immaginazione dovute alla tradizione, concretatesi progressivamente nel corso dell’evoluzione storica e mantenutesi in quanto idonee a regolare l’agire in termini di ‘efficacia’, come s’immagina il ‘pragmatismo’”.
É pertanto priva di fondamento la nozione di a priori; questa può connotarsi solo negativamente, ossia negando il riferimento per induzione a qualunque dato della conoscenza; il carattere di aprioricità è avulso da ogni disposizione razionalistica dell’uomo. La cultura appresa in via ereditaria non rappresenta alcun tipo di “intuizione a priori”; la differenza tra conoscenza e percezione è quella che già abbiamo distinto, come soggiacente alla più irriducibile distinzione tra cultura e natura.Tutto ciò ha una grande importanza per il discorso dell’etica. Possiamo stabilire se un agire sia “buono” o “cattivo”, ma i concetti di buono e cattivo non possono darsi per acquisizione ereditaria, giacché in tal caso costituirebbero un oggetto della conoscenza, e l’agire etico sarebbe un conformarsi, e l’etica sarebbe un’etica degli scopi. Inoltre, essendo un prodotto della conoscenza, sarebbe storicizzato e dunque di carattere relativo. Ma se tali concetti etici fossero noti mediante un’acquisizione naturale, dunque come innati, ciò apparirebbe in sé una contraddizione: in natura non si hanno
valori. Come abbiamo d’altronde stimato la “natura della cultura” essere una costante transizione dialettica tra natura e cultura, dovremmo postulare una “natura del pensiero” che sia una prima attribuzione di fini e valori all’interno della natura.