L’etica kantiana è un’etica formale e allo stesso tempo aprioristica. A questa ambivalenza Scheler riserva alcune osservazioni
acute. Anzitutto, l’apriorismo postulato da Kant non è giustificato in alcun modo razionale. É un dato di fatto, giustificato col suo semplice esser dato. E il formalismo, proprio dell’etica kantiana, è assai inutile per la definizione dei valori, ed è anche ciò che rende l’etica kantiana un’etica dei fini. Scrive Scheler che A = B e A ± B sono proposizioni formali; altrettanto formali sono le proposizioni dell’etica kantiana, il cui vuoto di contenuto è pari al vuoto degli A e dei B che possono esser usati sempre e solo per il loro carattere formale. Che 2 × 2 = 4 torna sempre uguale, sia che si contino prugne o arance. E proprio in ciò l’approccio fenomenologico trova il difetto dell’etica formale; dove il dato non si inteso in sé, non può esservi un’esperienza fenomenologica pura. Il procedimento fenomenologico postula l’indipendenza del contenuto dell’intuizione eidetica da ogni intuizione o induzione; quest’ultime operazioni sono d’altronde associate unicamente, a quanto pare, al carattere formale dell’etica. Ossia, partendo dalle prugne non possiamo giungere per intuizione o per induzione alle arance; possiamo invece giungere, per intuizione, da: A > B e B > C, a: A > C. Oppure, avendo la sequenza di numeri 1, 2, 3, 4, possiamo intuire che il numero che seguirà sarà il 5.
Tali proposizioni formali, tuttavia, non presuppongono un apriori; è in ciò che si mostra la particolarità dell’etica kantiana, che unisce due caratteri distinti come l’apriorismo e il formalismo. Scheler riscontra in tale sintesi uno dei principali errori della dottrina kantiana, appunto l’identificazione dell’apriori col formale. É erroneo anche identificare in via teoretica il dato col contenuto sensibile. Il dato, per esser tale, deve esser correlato a funzioni sensibili o anche a stimoli, ma esso non coincide col contenuto sensibile.
“Relazioni, forme, figure, valori, spazio, tempo, movimento, datità, essere e non essere, cosalità, unità, molteplicità, verità, influsso fisico, psichico e simili dovrebbero essere in tal senso riconducibili ad una ‘formazione’, ad una ‘
empatia’ o a un qualche altro tipo di ‘intervento’ soggettivo: tutto ciò non si dà infatti nel ‘contenuto sensibile’; esso è peraltro l’unico che ci ‘possa’ esser dato e che quindi sia, come si ritiene, effettivamente dato”. Il dato è pertanto un’anticipazione del contenuto sensibile, che anticipa in eccesso il contenuto sensibile che di esso coglierà alcune proprietà. Cogliamo i fenomeni della vita come dati, e questi sono colti intuitivamente. Per questo motivo l’approccio formale può servire a organizzare il materiale a disposizione, ma non può pretendere di fondare con rigore di metodo un’etica, giacché come abbiamo altresì visto, ne uscirebbe un’etica degli scopi.
Come cogliamo intuitivamente il valore etico di un’azione, così cogliamo intuitivamente le percezioni sensibili. Un esempio significativo è quello che ci consente di cogliere la prospettiva in un quadro. Occorre un particolare atto per estrarre dalla cosa vista l’elemento del profilo prospettico. Le relazioni che connotano gli elementi spaziali, – scrive l’autore – sono colte in relazione alla loro posizione, alla loro distanza rispetto all’occhio che le vede, e alla strutturazione del loro volume; sono subordinate alla forma vista. Esiste appunto una radicale distinzione tra lo spazio colto dei dati ottici e lo spazio della geometria, “che è uno spazio artificialmente deformato”. Insomma, l’occhio umano non concepisce lo spazio nella stessa maniera in cui lo concepisce la geometria. “È necessario pertanto un nuovo atto dell’esperienza per ‘estrarre’ dalla cosa vista l’elemento del profilo prospettico”. Il dato oggettivo, dunque, è dato mediante una correzione dell’esperienza sensibile immediata; l’oggetto non conosce alcun profilo prospettico, nel primo sguardo che alla cosa rivolgiamo. Tuttavia, negando che l’oggetto sia un oggetto per il soggetto, finiremmo per incorrere in quell’errore del
pensiero che è il negare la possibilità di qualunque conoscenza soggettiva. Se l’oggetto non è mai racchiuso nell’esperienza soggettiva, appunto quello sguardo immediato che coglie l’oggetto ma non il profilo prospettico, allora l’oggetto è distante da ogni soggetto e con ciò irraggiungibile. Un simile percorso di ragionamento arriva inevitabilmente a postulare l’inconoscibilità dell’oggetto, nonché un irriducibile scetticismo metodologico. Ricordiamo in proposito le considerazioni di Max Weber del
Wissenschaft als Beruf, ove si ricorre alla tesi di Mill secondo cui, partendo dalla semplice osservazione dell’oggetto si giunge al politeismo. L’esempio qui posto da Scheler è tuttavia più incoraggiante del relativismo gnoseologico che Mannheim ha associato in una certa misura al conoscere ideologico.
La riflessione di Mannheim stima infatti quell’ordine di preferenze che per Scheler è a fondamento di un’etica materiale non come atto mediato dell’esperienza, supplementare alla conoscenza immediata, ma in sé già dato nell’esperienza prima della conoscenza.
Stando a ciò, dovremmo dunque chiederci: riguardo all’occhio che vede l’oggetto, si può dire che l’occhio conosce l’oggetto? No; l’occhio percepisce, ma la capacità di ragionare e di strutturare l’esperienza non sta nell’occhio. È il pensiero che struttura l’esperienza e l’articola secondo un ordine di valori, ma anche un ordine di concetti e regole logiche. La geometria sta nel pensiero; il profilo prospettico potrà trovare conferma attraverso l’occhio, ma è dato soltanto nel pensiero che elabora i dati immediati della percezione, giacché la prospettiva non è altro che una razionalizzazione dei dati sensibili.