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Simboli e conoscenza. La riflessione di Oswald Spengler

di : marzio19yahooit    

Autore : Marzio Valdambrini
Il simbolo è un’espressione della coscienza. Parliamo di coscienza sociale, ma anche di coscienza della vita e delle sfere
teoretiche e pratiche della conoscenza del mondo. Perciò, stimiamo che un simbolo sia portatore di coscienza e anche di conoscenza. Oswald Spengler, nella sua opera capitale (Der Untergang des Abendlandes) ha analizzato con grande perspicuità il tema dei simboli come concrezioni di una coscienza e di una conoscenza date storicamente.
“Fra vivere e conoscere, fra la certezza immediata quale è data dalle varietà dell’intuizione (...) e i risultati della conoscenza intellettualistica e della tecnica sperimentale esiste una differenza reale raramente riconosciuta in tutta la sua portata. Nell’un caso fan da mezzi di comunicazione la similitudine, l’immagine, il simbolo; nell’altro la formula, la legge, lo schema. Il divenuto viene conosciuto, o meglio, come si vedrà: l’esser divenuto, per lo spirito umano, fa tutt’uno con l’atto conoscitivo compiuto. Invece il divenire lo si può solo vivere e sentire in una comprensione senza parola. (...) Il meccanismo di una pura immagine naturale, come l’universo di Newton e di Kant, viene conosciuto, compreso, analizzato, tradotto in leggi ed equazioni e, alla fine, in un sistema. Invece l’organismo di una pura immagine storica, come l’universo di Plotino, di Dante e di Giordano Bruno, viene intuito e vissuto interiormente, viene concepito come figura e simbolo, e infine, viene trasmesso attraverso concezioni poetiche e artistiche”.
L’evoluzione della cultura è associata da Spengler a un’evoluzione dei simboli e soprattutto delle idee connesse ai simboli, che ogni civiltà ha espresso nella propria cultura. Il simbolo è per Spengler espressione dell’identità della coscienza culturale di una civiltà data storicamente, e pertanto l’indagine dell’evoluzione del significato dei simboli è il metodo più comprensivo per la messa a fuoco dell’evoluzione culturale nella storia delle stesse civiltà. La differenza che si individua nel riferimento di senso a un simbolo in civiltà diverse o in diverse epoche connota una diversità di coscienze.
Già Max Weber ha illustrato come la comparsa di una nuova coscienza economica sia un epifenomeno concomitante a una nuova coscienza etica, religiosa e sociale. La poliedricità della coscienza determina anche l’interdipendenza delle sue sfere di dominio. Mutando una faccia, mutano anche tutte le altre.
Nel primo capitolo dell’Untergang, Spengler affronta il tema del simbolo e delle diverse strutturazioni simboliche entro diverse civiltà, assumendo come simbolo il numero, e la sua posizione entro la matematica che di ogni civiltà è stata propria. L’indagine di Spengler circa la natura del numero, del suo valore simbolico e dei significati che il numero evoca nella coscienza di una civiltà, avvicinano in maniera macroscopica Spengler a Max Weber. La coscienza che un popolo manifesta nella matematica che sviluppa è sintomatica di un’etica, di una visione della vita come della visione dello spazio, insomma, è ascrivibile alla stessa Weltanschauung che comprende e si rivela in tutte le sfaccettature dell’essere e del sentire di quella civiltà. Weber non trattò mai una “ sociologia della matematica”, ma sembra a noi che almeno il primo capitolo dell’Untergang possieda un’impronta assai weberiana.
La matematica è definita da Spengler come una vera e propria arte, al fianco delle arti plastiche e della musica, “per quel che riguarda la necessità delle sue ispirazioni direttrici e le grandi convenzioni formali che s’incontrano nel suo sviluppo”.
“Finora ogni filosofia si è sviluppata in correlazione con una data matematica. Il numero è simbolo della necessità causale. Come il concetto di Dio, esso contiene il senso ultimo del mondo quale natura. Perciò è lecito chiamare l’esistenza dei numeri un mistero; sensazione, questa, a cui non ha potuto sottrarsi il pensiero religioso di nessuna civiltà”.
La concezione del numero “matematico” è una concezione qualitativa, contrapposta da Spengler alla concezione puramente quantitativa del numero “cronologico”. Nella definizione del numero “matematico” (la cui definizione è dunque correlativa della cultura di ogni civiltà) concorre un limite “meccanico” causato dalla stessa controversa necessità del Verstehen, ossia il com-prendere. “Qui il numero appare affine alla parola che secondo il suo concetto vuole ‘comprendere’, ‘contrassegnare’, e tuttavia parimenti circoscrivere, delimitare le impressioni che si hanno del mondo. Ciò che in queste vi è di più profondo non si lascia però né delimitare né esprimere. Il numero reale di cui si serve il matematico, il segno numerico esattamente immaginato, espresso e scritto (cifra, formula, segno, figura) è, come la parola pensata, pronunciata e scritta, giù un simbolo reso sensibile e comunicabile, alcunché di concreto per l’occhio esterno e interno nel quale prende forma quella delimitazione. L’origine dei numeri è identica a quella del mito. (...) I numeri sono qualcosa che circoscrive le impressioni della natura e che con ciò stesso permette di evocarle. Mediante nomi e numeri l’intelletto umano si conquista un potere sul mondo”. Soltanto attraverso i numeri, che racchiudono il sentimento e l’espressione della misura, e da qui una concezione della natura, possono darsi le proprietà, le relazioni, i concetti di unità e pluralità, che compongono la struttura stessa di quell’immagine del mondo che ci è data e percepiamo come “natura”. Per Pitagora il numero era un simbolo “ottico”, non forma o relazione astratta. Per il greco era dunque inconcepibile pensare ai numeri irrazionali o a frazioni decimali indefinite concepite nelle nostre notazioni. È chiaro cosa intendesse Euclide quando affermò che i segmenti irrazionali non si comportano come numeri: secondo la sua matematica, infatti, il numero irrazionale scinde radicalmente il nesso tra concetto di numero e concetto di grandezza.
Pubblicato il: ottobre 25, 2009
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