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Sommari e brevi recensioni

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Storia dell'Estetica

di : marzio19yahooit     

Autore : Sergio Givone
Come Givone scrive nell'introduzione a questo libro, nel panorama editoriale italiano era assente un'opera di "storia dell'estetica",
ossia un'opera che ricostruisse la sequenza (o l'evoluzione storica, se così si vuol considerare) delle concezioni estetiche che i filosofi moderni e contemporanei hanno elaborato.
Dal momento che ogni concezione - così come ogni filosofia - si nutre dei fermenti del proprio tempo, è ovvio ritenere che ogni autore risponda a stimoli diversi, si confronti con problematiche diverse, che sono problematiche sociali, politiche, culturali nel senso più comprensivo del termine. Perciò, è lecito porsi la questione della continuità fra pensieri e concezioni collocate in tempi diversi. Il discorso della geografia non si pone; è evidente dalla ricostruzione di Givone che si parla di una summa di concezioni afferente a un'area circoscritta, quale è l'area europeo-occidentale (con una netta preminenza dell'area tedesca, salvo qualche eccezione per la presenza di più recenti autori americani).
Quando si tratta di ricostruire una "storia" di idee, come risulta esemplarmente in questo caso specifico, si pongono inevitabilmente problemi e questioni d'ordine metodologico. Anzitutto: come scegliere il materiale da riportare e inserire in questa "storia"? Dobbiamo scegliere gli autori da menzionare e le relative teorie in base al successo che hanno avuto a livello popolare, o per il risalto avuto in ambito accademico, dunque secondo il metro dei riconoscimenti della critica? L'impossibilità di risolversi a un unico punto di vista stabilisce quell'arbitrio che resta a carico dell'Autore, e del quale egli si assume tutti gli oneri. Del resto, lo sappiamo: ogni storico, per quanto ferrei siano i suoi princìpi di rigore scientifico, è pur sempre anche un critico.
L'inizio della trattazione non presenta controversie: si parte dall'indagine settecentesca sul bello su cui tante anime oziose hanno divagato abbondantemente, e questo è generalmente il punto di partenza accettato da tutti gli studiosi come il punto di partenza della storia dell'estetica moderna. Troviamo Diderot, Kant, e poi il passaggio al romanticismo, che crea già qualche difficoltà in più dal punto di vista della spiegazione. Come si passi da una concezione all'altra non è illustrato in modo esauriente; ci dobbiamo domandare, appunto, come avevamo premesso, se il passaggio da un pensiero all'altro si possa in qualche modo ridurre alle faccende culturali. Ma Givone non è un marxista, si capisce bene, e perciò è abbastanza intelligente dal riconoscere e valorizzare le individualità degli autori ognora messi in mostra.
Troviamo poi Hegel, Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche.
Ai moderni seguono i contemporanei, e qui troviamo la proliferazione di idee più variopinte che il Novecento ha visto fiorire, soprattutto in connessione al fenomeno delle avanguardie artistiche.
Se l'estetica era nata come disciplina che indagava il bello e il gusto, notiamo che per gli autori novecenteschi l'estetica comprende anche una serie di temi che un secolo prima sarebbero stati, forse, impensabili.
Freud si introduce di prepotenza in ogni ambito di dibattito culturale contemporaneo. La sua presenza sarà forte soprattutto dopo la sua morte, in autori diversi che diffondono in Francia e Germania idee più o meno fantasiose, che collegano la psiche e l'inconscio alle cose più diverse che stanno fra il mondo, la società e le espressioni di gusto personale.
Il secondo Novecento, notiamo, vive a spese della sovra-produzione di teorie e idee che si è avuta nella prima metà del secolo. La crisi delle idee, manifesta in una strisciante e mistificata stagnazione culturale, si rispecchia in forme di sperimentazione artistica che porta perlopiù alla negazione della stessa idea di arte (l'idea in senso classico). Si scompone, si decostruisce, e in definitica anche si distrugge.
E' l'epoca in cui si erige il culto della memoria. L'Occidente fa i conti con la propria coscienza, reduce dai totalitarismi e alle prese con ideologie in fase di incerta trasformazione; le teorie estetiche che si formulano non possono far a meno di ignorare i risvolti etici, così come i risvolti politici, e più in generale le loro interconnessioni. Qui siamo anche nell'età della cultura di massa, che grazie all'evoluzione dei sistemi mediatici ha raggiunto dimensioni planetarie. Nel momento in cui l'arte - e la cultura, nel complesso - si rivolge alle masse, il discorso politico che vi si connette diventa quanto mai ineludibile.
Certi autori e filosofi vi fanno orecchie da mercante e si rinchiudono nelle proprie nicchie, dietro cattedre universitarie, quando è ormai evidente che a dettare le direzioni teoriche e dottrinali non è più l'università, quanto invece è il mercato e la pubblicità.
L'autore che più si sposa a questo clima è forse l'americano John Dewey. Gli vanno dietro i colleghi tedeschi, che vagano in un mondo in cui la cultura tedesca ha perso la supremazia. Troviamo così i fenomenologi, i semiologi, i marxisti. Gli ultimi autori che si includono, in questa trattazione delle concezioni estetiche nella storia moderna e contemporanea, testimoniano la scarsità di idee e il ripiegamento sulle proprie origini, dove già non una caduta in un poco convincente formalismo mascherato. Così si fanno compagnia Pareyson, Deleuze, Derrida, Vattimo.
Tornando al discorso iniziale, circa le preoccupazioni metodologiche di una siffatta "storia" dell'estetica, ci domandiamo infine se alcuni degli autori contemporanei inseriti da ultimo meritassero davvero di comparire in un'opera del genere, che pure ha l'ambizione della sinteticità - e dunque dell'essenzialità.
Non c'è un cenno a Ortega y Gasset, a Ugo Spirito, a Enrico Castelli, ad A.K. Coomaraswamy ed Elemire Zolla. Ma, come avevamo detto, la selezione è un onere che spetta interamente al compilatore di una storia del genere.
Marzio Valdambrini
Pubblicato il: settembre 14, 2009
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