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Il mondo di Odisseo

Summary rating: 2 stars 21 Recensione
Autore : Finley, Moses
Summary by : elenamuti
Visite : 1333  parole: 900   Pubblicato il: settembre 19, 2006
Quando M. Finley si propose di utilizzare i poemi omerici come fonte storica, mettendoli a confronto sia con l’evidenza archeologica, sia con gli allora recenti studi antropologici sui popoli “primitivi”, il suo approccio fu considerato rivoluzionario.
Oggi gli studi antropologici rientrano di diritto tra le scienze storiche (basti pensare ai corsi universitari di antropologia storica del mondo antico) ed archeologiche, eppure la ricerca di Finley continua a fornire spunti interessanti ed a porre interrogativi irrisolti e tuttora oggetto di dibattito. Può a buon diritto essere definito un classico tanto per i filologi quanto in generale per chi studia l’antichità.
L’autore parte da alcune considerazioni semplici ma inoppugnabili:
¨ Che il poeta (o i diversi poeti) dell’Iliade e dell’Odissea non sono contemporanei al mondo che descrivono, cioè l’epoca micenea: lo dimostra la lunga serie dei cosiddetti errori omerici.
¨ Che d’altra parte essi non cantano la propria epoca, che i più collocano tra l’VIII e il VII secolo: lo dimostra la volontà arcaizzante del poeta che descrive armi anacronisticamente bronzee e parla di carri da guerra, di cui ignora l’uso bellico e che trasforma in mezzi di trasporto dalle tende al campo di battaglia.
¨ Che non inventano però di sana pianta: i loro racconti riflettono comunque valori, credenze, stili di vita e possono dirci molto sulla società arcaica. Omero può dire molto a chi lo sappia interrogare debitamente: Omero – sostiene Finley– non era soltanto un poeta; era un narratore di miti e leggende <…>. Il tema essenziale del mito era l’azione, non le idee, i credi, o le rappresentazioni simboliche, ma gli avvenimenti, i casi, le guerre, le inondazioni, le avventure in terra, in mare, per aria, le liti di famiglia, le nascite, i matrimoni e le morti.
Qual è dunque il mondo di Odisseo? Il suo posto ci sembra sia nel decimo o nel nono secol”, afferma Finley Allora <…> cominciava la storia dei Greci, come tali (p. 56)”. Malgrado qualcuno possa storcere il naso davanti ad una datazione precisa (ma non categorica: l’autore si mostra estremamente prudente) di quello che oggi supponiamo essere un fenomeno di lungo respiro, nondimeno riconoscerà la sostanziale validità del metodo di Finley.
Lo studioso infatti paragona i poemi omerici alla produzione epica successiva: cita ad esempio la Chanson de Roland, meglio conosciuta nella sua genesi e meglio confrontabile con la realtà storica (meglio: le realtà storiche) che dipinge. La Chanson, come l’Iliade, descrive una società non contemporanea all’autore, né agli avvenimenti ed ai personaggi di cui parla. Rappresenta la visione idealizzata, filtrata dai valori e dagli usi delle epoche successive, di un tempo arcaico ed eroico.
Così quello che i poemi omerici narrano può essere analizzato, confrontato con altri tipi di fonti, grosso modo datato.
Ad esempio i numeri vengono categoricamente ridimensionati: 1186 navi elencate nell’Iliade non sono un numero credibile: il mondo di Odisseo era piccolo come numero di persone: - spiega Finley (p.58) - mancano statistiche e viene a mancare la possibilità di un calcolo, ma i luoghi di due o tre ettari stabiliti dagli archeologi, con quel che si conosce dei secoli successivi, non lasciano dubbio: le popolazioni delle singole comunità dovevano essere calcolati in quattro cifre, spesso anche in tre; così anche dieci anni di guerra risultano insostenibili per una società arcaica.
L’autore però si guarda bene dal rinunciare, a causa delle inesattezze e delle esagerazioni nei poemi omerici, a servirsene come fonte storica; si arma di pazienza e vaglia le singole notizie, nota le contraddizioni, raffronta i dati con le fonti archeologiche, suppone, e propone infine la sua ricostruzione, secondo un metodo rigoroso.
Prendiamo il caso della guerra: se è vero che la guerra decennale di cui parla l’Iliade non è realistica, è pur vero che possiamo trovare all’interno dell’opera descrizioni molto più verosimili di quella che doveva essere la guerra durante i secoli della protostoria greca, cioè una serie di incursioni per far bottino, di colpi di mano. Là saccheggiai la città uccidendone gli uomini, racconta Odisseo ai Feaci, prendendo le donne e molti beni, che dividemmo in modo che nessuno fosse da me defraudato della sua parte (Odissea, X, 39-42).
E’ a partire dagli episodi “minori”, dalla notazione di certe espressioni linguistiche (ad esempio l’uso dello stesso verbo, anassein, per indicare l’operato tanto del re quanto del capo dell’oikos), dalla registrazione delle omissioni (Demetra era conosciuta ma non inserita tra gli olimpii) che Finley riesce a intessere la trama fondamentale di quella società comunemente definita omerica.
Non si limita però a raccogliere le informazioni che possiamo ricavare dai poemi, e a rilevare ciò che possiamo solo supporre, ma mette anche in rilievo quello che mai potremo sapere. Spesso ad esempio si chiede come fosse la vita e quali fossero i valori degli uomini comuni, di quella moltitudine cui si contrappongono i migliori e di cui Omero non fa quasi parola.
Il porcaro Eumeo, l’orribile e ridicolo Tersite, la moltitudine senza nome che poteva acclamare (senza per questo condizionarla) una decisione durante le assemblee, ma non prendere la parola, testimoniano infatti tutto un mondo che Finley ambirebbe ricostruire, ma su cui può solo avanzare ipotesi ragionevoli.
Pur con tutte le cautele, pur riconoscendo che i poemi omerici riflettono una sola forza sociale, cioè l’aristocrazia ed i suoi valori, l’opera di Finley si propone di dare finalmente consistenza storica al mondo di Odisseo, ricostruire un sistema di valori, un pensiero, una cultura.

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