Il tema del
giudizio in Salvatore Satta è sempre altissimo, la
concezione del giudizio è in un certo modo metafisica; la dimensione del giudizio non comprende specificamente il passato, prossimo o antico; quel passato è si citato davanti al tribunale della memoria, ma non in qualità di destinatario del giudizio, ma in qualità di testimone, e più precisamente di "accusatore". L'elemento in relazione al quale Satta si pone il problema di giudicare costituisce l'occasione che costringe ciascuno a giudicare se stesso e la storia di cui fa parte.
Così, è chiaro che il giudizio si configura, per Satta, come il segno dell'unica possibile dignità dell'uomo, che consiste nell'impegnarsi per la verità e per la giustizia. Satta, nella solitudine e nel vortice della storia contemporanea, considera il giudizio come una opzione decisiva, con cui può essere restituita all'uomo la verità, la salvezza e la giustizia.
Svolta la
vita fino in fondio, e calati nella fossa o sul
punto di esserlo, nell'animo dell'autore, sottoposto a fisica devastazione da un male incurabile, si fa bruciante la coscienza del raccogliere, risuscitare, raccontare agli altri e a se stesso.
Il quadro di partenza , l'espediente narrativo sembrano fuori di lui, nel cimitero di morti viventi della sua città, simbolo del mondo.
Ma in fondo, immeros nell'immensità del mistero, rende esplicito il dramma della sua inesauribile ricerca del proprio destino.
Nel suo destino e nel suo dramma, unito solidalmente con il proprio simile, Satta cioglie in un canto di acorata tristezza, un amore autentico per le creature per le quali indaga il mistero della vita, della nascita, della morte, del giudizio, che sono infine i pilastri di ogni vita autentica.
La morte, è vero, accomuna tutti, ma ciascuno, volendo essere richiamato dallo scrittore, si atteggia in modo diverso. E nell'autore ritorna il rovello della salvezza, vero punto nodale dell'esistenza.
Secondo la concezione giuridica di Satta, il giudizio è un
atto contrario all'economia della vita che è invece tutta azione, vita che non è altro che un immenso fiume che tutto travolge.
Ma ad un certo punto l'azione si ripiega su se stessa e, rassegnatamente, si sottopone al giudizio. Quel giudizio è per Satta un atto antiumano che non ha scopo, atto di cui gli uomini hanno intuito la natura divina.
Il modello del
Giorno è quello del processo giudiziario dove l'autore è sia giudice che giudicato, il suo regime narrativo è imposto dalla logica della procedura.
Satta pensava che nel campo del diritto bisognasse abbandonare la strada della ragione sistematica, onnicomprensiva che sorvola la realtà più che esplorarla, e bisognerebbe invece attraversarla nella sua porosa conflittualità, nella direzione anticoncettualistica dell'esperienza diretta.
E' questo il modello di procedura seguito nel romanzo.
Satta non parla di un generico uomo- ente, ma degli uomini singoli, della loro vita travagliata fra esistenza e legge: una vita più una più una.
Questa concezione del diritto ha per Satta, un valore fondamentale, sacrale, è la sua grande utopia che resiste di fronte al disincanto, armata di umiltà e ironia.
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