“Il manoscritto di Brodie” è una raccolta di racconti che Borges pubblicò nel 1970. Erano
passati più di venti anni dagli
exploit di “Finzioni” e “L’aleph”, che si erano imposti come esempio di una letteratura fantastica un po’ diversa dal solito: elegante, colta e cerebrale.
Parlo insomma del Borges che tutti conosciamo: quello che, secondo Italo Calvino, era il migliore fra gli scrittori “geometrici”. Ma con “Il manoscritto di Brodie” il poeta di Buones Aires scelse di fare qualcosa di diverso. È lui stesso a spiegarlo nel prologo di quest’opera. Ci racconta che, per una volta, ha scelto la linearità che caratterizzava i primi scritti di Kipling, e avverte che tutte le storie del libro, eccettuato il racconto eponimo, sono da considerarsi “realistiche”.
Fin dalla prima storia, “L’intrusa”, veniamo quindi a contatto con dei protagonisti che sono uomini d’azione: gauchos, guappi, ma anche militari e “picchiatori di partito”. È il mondo violento delle periferie di Buones Aires, e non solo, dove vige un codice d’onore e regnano alcuni pregiudizi: primo fra tutti il disprezzo della donna, che nel già citato racconto iniziale, “L’intrusa”, verrà eliminata per cancellare il pericolo che stava minando il legame di due fratelli cresciuti in perfetta simbiosi.
Borges, comunque, sembra deridere il maschilismo e la brutalità che caratterizzano queste storie: basta leggere “L’incontro”, in cui due uomini sono attori involontari di un duello che nasce dall’odio che “stava in agguato” nelle armi, come simbolo di disumanizzazione operata dalla violenza.
Inoltre la diversità di quest’opera rispetto al resto della produzione narrativa di Borges non è poi così assoluta. Lo spiega bene Antonio Melis nella postfazione dell’edizione Adelphi, analizzando i vari racconti e dimostrando come, dietro la patina di realismo, si celino i vecchi
topoi del racconto borgesiano: come lo specchio, il doppio, o le nuove versioni di racconti che erano stati narrati da altri punti di vista.
Infine, direi che meritano una nota a parte gli ultimi due titoli, che spiccano sugli altri per ammissione dello stesso autore: mi riferisco a “Il vangelo secondo Marco” e “Il manoscritto di Brodie”. Nel primo assistiamo ad una replica della storia della crocifissione di Cristo, dove stavolta i protagonisti sono una famiglia contadina e un giovane studente. Nel secondo, che poi dà il titolo al libro, un missionario scozzese descrive la popolazione selvaggia degli Yahoos, che vive secondo usanze e convinzioni primitive. E il redattore del manoscritto, più di una volta, fa notare le analogie fra la barbarie degli Yahoos e il cosiddetto “mondo civilizzato”. Forse, questa amara ed ironica constatazione, sta alla base dell’intera antologia.