Questo volume edito dalla Newton & Compton è quello che mi ha fatto scoprire Poe. In seguito ne
ho letti altri, ma chi si accosta per la prima volta al genio di Boston secondo me dovrebbe cominciare da qui.
I motivi sono tanti: sia estetici che di contenuto. Per i primi, basta dire che in poco più di 400 pagine ci sono tutti i migliori
racconti di Poe (che ne scrisse tantissimi e, anche a detta dei suoi estimatori più accaniti, non tutti sullo stesso livello). Inoltre molte di queste storie sono impreziosite dai disegni di Alberto Martini, che aumentano il senso del grottesco sprigionato dalla prosa dello scrittore statunitense.
Per quanto riguarda i contenuti, c’è un’ottima prefazione di Gabriele La Porta: e se lo dico io che di solito non amo le introduzioni “accademiche” ai classici (moderni in questo caso) potete fidarvi.
Quello che mi è maggiormente piaciuto delle poche pagine di La Porta è soprattutto il suo intento di sfatare alcuni luoghi comuni che riguardano i generi letterari. A suo dire, se imprigioniamo Poe (o qualsiasi altro grande scrittore) in una categoria (l’horror, il poliziesco…) finiamo per essere fuorvianti.
Poe non è Lovecraft, che pure lo leggeva e lo amava, perché il suo orrore è psicologico: per rendersene conto basta leggere “Il genio della perversione” o “L’uomo della folla”, che sono delle vere e proprie discese nell’orrore della condizione e dell'animo umani. Infatti La Porta intitola la sua disamina “La scrittura dell’inconscio”, osservando come questo autore abbia anticipato (anche se in forma letteraria) le scoperte rivoluzionarie di Freud.
Ma non solo in questo Poe è stato un anticipatore. E a dirlo non sono io, ma un certo Italo Calvino. L’autore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, in una sua lettera ad Angelo Guglielmi, descrisse se stesso come un narratore “geometrico”, e aggiunse: “Potremmo rintracciare il padre più illustre di questo modo di raccontare in Poe e il punto d’arrivo più compiuto e attuale in Borges”.
Provate a leggere, infatti, uno di questi racconti al di là dei brividi di paura che suscitano: la costruzione è astratta, analitica, piena di citazioni e di simmetrie che ne fanno una sorta di ipertesto che proviene dalla prima metà dell’Ottocento!
Ho letto su Internet pareri di lettori che confessavano di non aver provato paura leggendo queste storie tanto decantate. Io direi, innanzitutto, che la paura (come l’ilarità) è uno stato d’animo soggettivo, che varia da lettore a lettore. Ma soprattutto mi soffermerei sulla frase di Calvino, per comprendere che Poe, oltre ad essere un artista tormentato, fu soprattutto un uomo di genio che costruiva le sue storie folli su lucidissimi meccanismi letterari. Emblematico in questo senso il personaggio dell’investigatore Auguste Dupin, che prima di Conan Doyle “inventa” il racconto giallo, “enigmistico”: e anche in questo caso la storia viene preceduta da un’introduzione analitica in cui l’autore dimostra ancora una volta come, alla base della sua narrativa, non ci fosse solo l’ispirazione, ma soprattutto
l’intuizione.