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Sommari e brevi recensioni

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"Il libro di sabbia"

di : snaporaz979     

Autore : Jorge Luis Borges

“Il libro di sabbia”, pubblicato da Jorge Luis Borges nel 1975, conclude un’ideale trilogia cominciata

con “Finzioni” e proseguita con “L’Aleph”, le due opere che lo stesso scrittore argentino indicava come le più riuscite della sua carriera.
Eppure il vero libro della maturità artistica sembra essere proprio quest’ultima raccolta di racconti fantastici, che in Italia è reperibile in un’edizione Adelphi comprendente anche quattro novelle successive: “Venticinque Agosto 1983”, “La rosa di Paracelso”, “Tigri blu”, “La memoria di Shakespeare”.
Come ci spiega Tommaso Scarano nell’ottima postfazione, quest’ultimo “libro di sogni” si distingue dai precedenti soprattutto per lo stile: più sobrio, quasi orale, come lo definiva lo stesso Borges che poco prima aveva dichiarato: “Compiuti i settanta, credo di aver trovato la mia voce”. Ma anche a livello di contenuti quest’opera aggiunge qualcosa alle vecchie, provvisorie risposte di “Finzioni” e “L’aleph”.
Per capirlo, basta leggere il racconto eponimo, che descrive un libro infinito, come la sabbia appunto, in cui malgrado gli sforzi del protagonista non c’è nessuna logica (e nemmeno la periodicità in cui si sperava nel finale de “La biblioteca di Babele” ). Ed è significativo che il volume “osceno, che infama e corrompe la realtà”, venga alla fine nascosto in una libreria: è come se l’autore ci dicesse che l’unico senso dell’esistenza è continuare a interrogarsi sul mistero dell’universo e il destino dell’uomo tramite i libri. La ricerca è il fine ultimo, più importante della stessa meta, anzi la ricerca è la meta, parafrasando ciò che dice l’alchimista Paracelso al suo discepolo in un’altra delle storie.
In questa direzione, quella dell’agnosticismo, va anche “Tigri blu”, altro racconto postumo, che a livello esteriore a me è sembrato perfino più bello de “Il libro di sabbia”.
Per quanto riguarda gli altri racconti si va dal vecchio tema del doppio (“L’altro”, in cui Borges incontra se stesso da giovane), alle favole metafisiche (“Il parlamento”), fino alle interrogazioni sulla Bellezza e sulla Poesia (“Lo specchio e la maschera”, “Undr”).
C’è poi un trittico di storie che, come scrive ancora Scarano, sono meno oniriche e più legate a un certo realismo che magari attinge alla mitologia o alla storia argentine: “La corruzione”, “Avellino Arredondo” e “La notte dei doni”. Quest’ultima è quella che mi è piaciuta di più, con il protagonista che sfata il mito degli archetipi platonici opponendo la scottante realtà di una notte in cui ha conosciuto contemporaneamente la morte e l’amore.
Sembra quasi che Borges, colui che si vantava di aver letto “più di quanto avesse vissuto”, giunto all’età della saggezza ammetta il primato della vita sulla letteratura, o meglio creda che la seconda non possa esistere senza la prima: Ulf Sigurdarson, il protagonista della novella “Undr”, apprende la parola rivelatrice, ma non la sente sua se non dopo anni di peripezie e battaglie. La conoscenza della Bellezza, e quella del mondo, non si possono apprendere solo con l’ascolto (o con la lettura, che è la stessa cosa), ma c’è bisogno di viverle in prima persona per poi rielaborarle nei libri…
Ovviamente queste sono solo interpretazioni personali, dovute alla capacità dello scrittore argentino di provocare in chi legge mille interrogativi  che, come nella migliore tradizione Borgesiana, porteranno solo ad altre domande.
 


Pubblicato il: gennaio 04, 2009

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