Fallito il tentativo di scrivere le proprie memorie, nel ritiro dalla vita di uomo d'armi e di corte, il Duca dedicò le sue
rimanenti energie alla scrittura di queste massime, che ci appaiono come un distillato di saggezza nuda e cruda. Una saggezza disillusa, di un uomo che ha conosciuto le iniquità della vita e si è battuto in mille occasioni. Un uomo avventuroso e amante della vita: la
Rochefoucauld non è stato uno dei tanti uomini di lettere che si sono trincerati dietro la scrivania, a scrivere di
filosofia e di morale, ignorando le cose pratiche del mondo e della politica. Il Duca ci sembra accostarsi egregiamente a Machiavelli, ove il primo è un uomo che conosce i conflitti di corte e ne trae considerazioni di tipo politico nel senso più generale del termine, dunque come di una pratica del vivere e del saper vivere, mentre il segretario fiorentino è adibito alle relazioni politiche nel senso più diretto del termino, dunque come un osservatore più ravvicinato. Entrambi conoscono la durezza di certi rapporti negoziati, entrambi sono lucidi e disincantati osservatori, entrambi sanno che il primato spetta sempre alla prassi. Entrambi - infine - sanno che la fortuna decide tutto: il successo di un uomo è nulla, se la fortuna non gli sorride.
Il Duca scrive: "La nostra saggezza è alla mercé della fortuna, come i nostri beni" (323).
Il francese, rispetto al segretario fiorentino, fu anche un osservatore pungente delle ambiguità del costume dell'epoca, un critico in qualche misura maschilista nei confronti delle cortigiane, uno scrutatore delle spie del ridicolo che si nascondono nei gesti, nelle azioni, nelle parole e nei pensieri degli uomini.
Per il Duca, il ridicolo è quella potenza dissolvente che può annichilire ogni uomo, sia questo un cencioso vagabondo come il più alto e vezzeggiato aristocratico. Anzi: più grande è il rango della persona - e maggiore è così l'impalcatura esteriore che sorregge la sua identità - maggiore è il rischio che la persona corre nell'incappare in una situazione ridicola, ove la persona verrebbe totalmente spogliata del rivestimento sociale che il rango concede alla sua persona.
"Se di certi uomini non s'è mai visto il ridicolo, vuol dire che non lo si è cercato bene" (311), scrive, e poi: "Il ridicolo disonora più del disonore" (191).
Sono numerosi i temi che occupano i pensieri del Duca. Vi è tra questi la follia e la ragione, il modo in cui queste si intrecciano e si armonizzano nell'arco della vita di un uomo. Così egli scrive: "La follia ci accompagna in tutti i periodi della vita. Se qualcuno sembra saggio, è soltanto perchè le sue follie sono proporzionate all'età e alla condizione" (207); e ancora: "Chi vive senza follie non è saggio quanto crede" (209).
Giovanni Macchia scrive che La Rochefoucauld è un abile scrittore di massime, in quanto "l'abilità dello scrittore di massime sta nel nascondersi, nel non farsi vedere". Ciò corrisponde pienamente all'opera in questione, non c'è dubbio: nella lapidarietà delle sue sentenze, che sono taglienti e mai banali, l'identità del loro autore ci è del tutto sottratta. Lo stile elegante, che rende questa lettura tanto scorrevole e mai difficile, garantisce un piacere raro e una riflessione ininterrotta. E' un classico del suo genere, e non poteva essere altrimenti.