Branchie è il primo libro di Niccolò Ammaniti, lo scrittore romano che oggi è conosciuto più che altro per altri due appassionanti
romanzi: Ti prendo e ti porto via e Io non ho paura .
Ristampato nel 2002 da Einaudi in una edizione rinnovata, Branchie era però nato nel 1994, quando, edito da una piccola casa editrice romana, aveva fin da subito appassionato molti lettori, giovani e non, della capitale, diventando un piccolo caso editoriale.
Il romanzo narra l’improbabile storia di Marco Donati, un giovane romano malato terminale, titolare di un negozio di animali specializzato in pesci, che viene trasportato da una misteriosa lettera in India. Qui il protagonista conoscerà personaggi iperbolici e bizzarri, che finiranno catturati insieme a lui in una rete sempre più fitta e
incredibile di strani avvenimenti, fino allo strabordante finale.
Questo romanzo sembra un frullatore impazzito, in cui il già allora abile Ammaniti butta dentro di tutto: personaggi impossibili, vicende ai limiti dell’immaginazione, descrizioni esagerate e strabordanti. Il frullato che ne deriva ha un sapore nuovo e divertente, anche perché è condito da un ingrediente fondamentale: la capacità incredibile di questo scrittore di riuscire a trasporre sulla pagina un linguaggio vicinissimo a quello orale, sulla scia di quella rivoluzione della
letteratura iniziata negli anni ’80 da Pier Vittorio Tondelli e, consentitemi di dire, sfuggita a buona parte della critica letteraria ufficiale.
In definitiva questo baraccone variopinto e surreale funziona, riesce a divertire il lettore e a trasportarlo nello strano mondo creato da Ammaniti. E questa sensazione positiva aumenta se ci rendiamo conto che questo Branchie , in fondo, è una strana ma efficace “palestra”, in cui il giovane Niccolò allena le sue doti, che esploderanno in tutto il loro splendore nei suoi lavori successivi, rendendolo uno scrittore apprezzato dalla critica e soprattutto dal pubblico, in grado anche di ispirare molti altri nuovi talenti della letteratura italiana.
È lo stesso scrittore ad ammettere che la stesura di Branchie lo ha distratto dalla redazione della sua tesi di laurea in biologia, tesi che poi non avrebbe più redatto e discusso. Un peccato? Mah, non sono d’accordo, perché potremmo aver rinunciato ad un bravo biologo, questo è vero, ma di sicuro abbiamo guadagnato un ottimo scrittore.
VOTO: 8
Samuele Bovini