Una prigionia ingiusta in una
cella angusta con le sbarre fatte di dolore e rabbia. La disperazione diventa una compagna dura e ostinata. Il mondo dei
vivi è un fantasma lontano che ha
mani gelide per torturare la mente. L'amore perduto si fa ombra, ma è un ricordo bruciante. Dopo tanti, troppi anni -in lotta con la pazzia prossima- l'evasione è un tuffo mortale negli abissi del mare. Colui che riemerge dai flutti non è più Edmond Dantes, il giovane marinaio marsigliese ingenuo, innamorato, carico di speranze. E' un uomo disincantato, ferito, reso vivo soltanto dal desiderio di
vendetta che gli percuote le vene. Nel buio della cella, il
destino -per una volta clemente- gli pone accanto la conoscenza, la saggezza, l'arguzia nei cenci di un vecchio carcerato. Gli mette tra le mani la mappa della ricchezza sepolta nel
cuore di un'isola, quel destino beffardo. Ed è immensamente ricco e colto l'uomo, divenuto conte, che torna tra i vivi con la falce della morte nell'anima. Generoso con chi fu amico, implacabile coi nemici. Ma ha il sapore del rame la tanto agognata vendetta, consumata con lucida freddezza al pari di un dio che tira le fila delle sorti altrui senza concedersi il lusso della pietà. Non cancella le sofferenze patite, la vendetta compiuta, non restituisce la luce ai sogni infranti, il respiro al padre. In mezzo alla tragica consapevolezza di questa proporzione divelta, il vincitore si sente perdente, annega nel silenzio di una verità che è costretto ad imparare e noi con lui. Potrebbe esserci lo spazio per la
follia nel limbo di questa verità; ed è ad un passo dal ghigno della follia -io credo- che il conte di Montecristo raccatta i brandelli del suo cuore, che troppo sanguinò, e prova a ricominciare.
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