Pubblicato da Feltrinelli nel 1996,
Elianto è forse il romanzo più complesso e ambizioso di
Stefano Benni.
L’autore
bolognese, in stato di grazia, arriva a descrivere un universo totalmente surreale, composto da otto Mondi Alterei, di cui uno solo è la Terra, e gli altri appaiono immaginari e metaforici. Ci sono anche versioni umoristiche dei tre mondi dell’aldilà: basti dire che l’inferno è un enorme ingorgo automobilistico.
La trama, comunque, viene innescata dall’altro motore della poetica benniana: la satira. Ci troviamo nel paese di Tristalia, nome chiaramente allusivo, dove il governo della Nova Repubblica ha il solo compito di produrre gossip e spettacolo: a prendere le decisioni ci pensa lo Zentrum, un mega-computer che, fra le altre cose, deve inventare notizie e sondaggi che tengano alto (ma non troppo) il livello della paura.
Tristalia è divisa in venti contee, come in una parodia del federalismo, e ognuna di queste può mantenere l’autonomia solo se vince la sfida annuale col governo, altrimenti viene fagocitata.
Nella Contea Otto, tutte le speranze di vittoria sono riposte nel tredicenne
Elianto: l’unico che potrebbe battere Baby Esatto, sedicente enfant prodige e campione dei telequiz. Ma Elianto da un paio di anni si è ammalato del “morbo dolce”, che lo costringe a letto nella clinica Villa Bacilla, il cui personale si divide fra buoni e cattivi.
A questo punto tre gruppi di diversi personaggi, armati di “mappa nootica”, partono per i Mondi Alterei, perché è lì che si trova tutto ciò che occorre per la guarigione del loro giovane amico…
È arduo riassumere un romanzo come Elianto: ci troviamo di fronte a una tale moltitudine di personaggi e avvenimenti da rischiare una deleteria ridondanza. Ma credo che il gusto per l’eccesso, in Benni, sia non solo voluto, ma anche studiato: il suo surrealismo non vuole essere geometrico e “ordinato”, alla Italo Calvino, ma creare un’apparente confusione che, come nei film di Fellini, è in realtà abilmente calcolata. Da leggere.