Recentemente, come lettore, mi ha colpito una frase scritta da Borges quand’era anziano.
L’autore argentino parlava di un suo topos, “il doppio”, e lo definiva un argomento “logoro” che gli era stato ispirato dagli specchi e da Stevenson.
In effetti l’autore scozzese indagò la doppiezza dell’animo umano in alcune celebri opere narrative: per esempio “Lo strano caso del dr. Jekyll e di mr. Hyde” e “Il signore di Ballantrae”.
Ma Stevenson fu “doppio” anche come autore: infatti, ai già citati racconti inquietanti, affiancò opere di
avventura come “La freccia nera” e, appunto, “L’isola del tesoro”.
Quest’ultima fu pubblicata prima a puntate, sulla rivista “Young Folks”, e poi in volume nel 1883.
Sembra che l’autore l’abbia scritta in omaggio al suo figliastro, Lloyd Osburne, come per fargli sentire la sua vicinanza umana e paterna.
Non stupisce, quindi, che l’io narrante sia proprio un ragazzo, Jim Hawkins, e che il romanzo sia anche una storia di formazione.
La trama, ambientata nel Settecento, comincia infatti nella locanda inglese “Ammiraglio Benbow”, in cui Jim lavora aiutando i propri genitori. Due eventi sconvolgono la sua routine: la morte del padre e l’arrivo di un personaggio sinistro, Billy Bones, un pirata che morirà poco dopo a causa di un infarto dovuto all’alcolismo. Nel baule che Billy Bones aveva con sé, Jim e sua madre scoprono la mappa che conduce ad un’isola in cui si trova il mitico tesoro del capitano Flint. Aiutato da un medico e da un aristocratico, Jim si imbarcherà con la goletta Hispaniola alla volta di questa fantomatica isola dell’Oceano Atlantico. Ma i suoi sodali hanno commesso l’errore di scegliere un equipaggio di cui fanno parte alcuni
pirati, il capo dei quali è Long John Silver (l’unico uomo di cui lo stesso capitano Flint avesse mai avuto paura).
Solo grazie all’audacia di Jim si riuscirà in qualche modo a contenere l’ammutinamento e, una volta sull’isola, sarà ancora il giovane mozzo a scovare Ben Guun, personaggio che diverrà l’asso nella manica per impadronirsi del tesoro e avere la meglio sui ribelli. Questi ultimi saranno lasciati sull’isola e abbandonati al loro destino, tranne Long John, il quale avendo salvato la vita a Jim (che ad un certo punto aveva fatto prigioniero) sarà graziato e riuscirà perfino ad ottenere una parte del lauto bottino.
Inizialmente sottovalutato, “L’isola del tesoro”, una volta pubblicato in formato libro, ottenne grande successo di pubblico e di critica (comprese le lodi entusiastiche dello scrittore Henry James). E con il tempo la fama di questo romanzo è sempre aumentata, fino a diventare un vero e proprio classico moderno della narrativa internazionale.
È stato inoltre sottolineato il suo valore storico e iconografico nel formare l’immaginario collettivo sul tema della pirateria. Gli sfregi sui volti, le mutilazioni, l’immancabile pappagallo sulla spalla, sono tutti elementi che hanno origine in questo libro, in cui sono attribuiti a Billy Bones, Long John Silver e altri personaggi minori.
Non manca inoltre il già citato
topos della doppiezza e dell’ambiguità dell’animo umano: basta vedere con quale avidità si comporta Long John in prossimità del tesoro, e come invece diventi nobile e “paterno” quando salva la vita a Jim, in cui ammette di rivedere l’adolescente coraggioso che egli stesso una volta è stato.
Infine annoto che l’edizione da me presa in esame, della Newton Compton, è corredata da suggestive illustrazioni in bianco e nero: fra cui, ovviamente, non manca la leggendaria mappa del tesoro.