La Firenze rinascimentale diventa il teatro ispiratore dell'ultimo romanzo di Salman Rushdie. A dire il vero, si tratta di
un teatro che si estende per tempi e spazi più ampi: coinvolge anche l'India, terra natia di questo scrittore anglo-indiano che ha il dono di attingere materia prima da più parti, riuscendo poi a modellare il tutto in forme inedite e inebrianti. Così ci appare l'opera ultima. L'Incantatrice di Firenze è per l'appunto un romanzo inebriante, corposo nella sostanza e sostenuto dalla voce decisa del narratore.
La storia vede la comparsa di un viaggiatore straniero nel lontano regno del Mogul, al cospetto di Akbar il Grande. Il viaggiatore ha una storia da raccontare. Anzi, si tratta di tante storie, tutte cucite fra sé, che ruotano intorno a Firenze e al tempo rinascimentale. Tra tante figure - reali o immaginarie - quasi sono infatti Niccolò Machiavalli e Antonino Argalia, Giuliano dei Medici e Andrea Doria, spicca una figura che è un risultato di una lunga tradizione letteraria, che finisce per stabilire il carattere finzionistico dell'intera realtà dell'epoca. Questa è l'Incantatrice del titolo, la splendida e ammaliante Qara Koz, detta anche Madama Occhi Neri, che porta sensualità e
magia nella corte dei signori fiorentini, i Medici.
Rushdie chiaramente rievoca il mito di Sheharazade, quell'incantevole dama che ha il potere di sedurre con la parola, raccontando storie esotiche che parlano di simboliche realtà travestite da favole.
Lo straniero alla corte orientale racconta di questo, e di tanto altro ancora. Racconta di Firenze ma anche dell'Europa, e dunque dell'Occidente che al sovrano del Mogul appare tanto esotica e lontana - almeno quanto agli occidentali dell'epoca sarebbe sembrata la sua terra. E' un gioco continuo di distanze che si riducono e di colpo si dilatano, che si annullano e che si tendono di nuovo.
Crediamo che proprio questo sia il potere magico della parola, che Rushdie ha qui tanto bene espresso. Ossia, la parola che crea, che alimenta, che dà forma a una realtà e permette anche ai sogni di prender forma. Con ciò la parola apre gli occhi al mondo, fa vedere e fa pensare.
Marzio Valdambrini