Vitangelo Moscarda è un uomo sbilenco, col naso piegato da una parte e le sopracciglia ad accento circonflesso. Di tutto
questo - cioè della sua fisionomia nota a tutti, di pubblico dominio - lui si accorge un bel giorno per caso, facendo attenzione davanti allo specchio a quel che lui aveva ignorato per tutta la vita.
Scopre che la sua immagine esteriore è incredibilmente diversa da quella che lui credeva di possedere.
Un'indagine svolta su quel che la moglie pensa di lui - nonchè sul modo in cui i compaesani lo vedono e lo giudicano - lo porta a comprendere che ogni persona ha una propria immagine di Vitangelo Moscarda nella propria mente e nei propri occhi.
La moltiplicazione delle immagini, corrispondenti perciò a relativi Vitangeli, manda in crisi il pover'uomo.
Egli deve fare i conti con realtà su cui il buon senso gli aveva sempre suggerito di passar sopra, dopo aver asfaltato tutto col viver sobrio e normale della quotidianità.
Ma Vitangelo - che la moglie chiama allegramente Gengé - si ribella a questo stato di cose.
Vuole essere uno, e cioè se stesso, e proprio questo sembra impossibile da essere.
E' perciò costretto ad essere quel che gli altri vogliono che lui sia: e cioè una figura dai contorni limitati, che occupa un certo posto nella vita altrui e nello spazio sociale condiviso. Tale obbligo, si accorge l'uomo, comporta la negazione della propria libertà. Incapace di fare qualcosa di diverso, che gli altri non interpretino come "folle", egli è addirituttura incapace di essere qualcos'altro, qualcun'altro.
Si consuma il dramma pirandelliano con una fuga disperata, tentata dall'uomo, da quelle figure fantastiche di cui accusa il peso opprimente. Ma la fuga, che prende la forma della scelleratezza, è destinata a lasciare l'uomo nella solitudine e nella miseria della propria nudità.
Si tratta del
romanzo piranelliano più complesso, più cerebrale, e anche uno dei più importanti della sterminata produzione di questo geniale scrittore girgentino.
Marzio Valdambrini