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Vittorio Sereni

di : mauro_meo    

Autore : Vittorio Sereni
Vittorio Sereni è uno dei nostri maggiori poeti del secolo appena trascorso. È nato a Luino nel 1913. Sono due dati importanti
questi perché lo influenzarono davvero molto, soprattutto nella sua prima produzione poetica. In fondo ognuno di noi è figlio del proprio tempo e del proprio spazio. E così le influenze di inizio secolo sono evidenti, come evidente è il suo amore per Ungaretti e per la sua poesia. Già la sua tesi di laurea su Guido Gozzano è indubbiamente particolare e riceve giudizi alterni e differenti nel mondo della cultura milanese. Le sue prime poesie e le sue prime raccolte, Frontiere del 1941 e Poesie del 1942, possono essere inserite, pur con le dovute cautele ed attenzioni, nella poesia di gusto ermetico. Ma è un gusto che lui rielabora e che forse porta vicino ai sapori di Ungaretti. Parla, racconta, della realtà e dei suoi aspetti, ma lo fa sempre con grande intimità di moda tale che anche la realtà pur apparentemente colta in modo oggettivo sfuma lentamente in contorni più soffusi diventando specchio dell’anima, della memoria, delle sensazioni, dei pensieri del poeta. È la prima fase della poesia di Sereni, sconvolta però, come d’altra parte anche la sua vita come quella di un mondo intero, dalla guerra. In Grecia, in Sicilia, dove è stato fatto prigioniero dagli Americani, i due anni trascorsi in un campo di concentramento in Algeria. Tutto questo sconvolge naturalmente anche la sua poesia. Come testimonia Diario d’Algeria. Tutte quelle esperienze portano nell’uomo e nel poeta ad una conflittualità interiore che poi si estranea anche nella sua quotidianità. Un sensazione, una condizione, di estraneità, di assenza. È un progressivo evidente spostarsi di Sereni verso una condizione di grande tristezza. Una angoscia esistenziale fin troppo forte, fin troppo dominante che porta sempre verso l’idea della morte. Situazioni e sensazioni che certo non mutano neppure negli anni seguenti quando a schiacciarlo, o a dargli quella sensazione che poi è la stessa cosa, è la società stessa. Gli strumenti umani, del 1965, raccontano della sua esperienza personale nella società capitalistica, lavora a lungo nell’industria, prima all’ufficio pubblicità della Pirelli, poi alla Mondadori. Questo tipo di società, di rapporti, lo schiacceranno e da qui il suo sconforto, il suo furore ma anche l’ostinata disperazione che spegne l’esigenza di sperare, l’amara presa di coscienza della situazione dell’intellettuale di fronte a questa nuova problematica realtà. Anche l’ultima raccolta di versi, Stella variabile del 1981, ritorna su questi temi. Certo si accentua nel poeta la vocazione al bilancio, quasi sentisse il suo tempo sfumare. Unn bilancio che lui sente fallimentare.
“Guidami tu, stella variabile, fin che puoi”.
Pubblicato il: aprile 25, 2009
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