Non è certo uno scrittore semplice Tommaso Landolfi sia per il suo modo di scrivere, a volte fin troppo ricercato, sia per
i temi particolari che gli stanno a cuore e che svolge nei suoi libri. E forse anche per questo non è molto conosciuto tra il pubblico di lettori, pur meritando certamente molta più attenzione e riguardo. Nelle sue prime opere attorno agli anni Trenta e Quaranta, Dialogo dei massimi sistemi, 1937, La pietra lunare, 1939, Il mar delle blatte e altre storie, 1939, seppur giovane, è nato nell’agosto del 1908, Tommaso Landolfi già lasciava intravedere grosse novità nel suo modo di scrivere per la cultura e la letteratura italiana. soprattutto per la sua stravaganza nel modo di scrivere e nei temi affrontato. Per un certo verso infatti andava a recuperare, riutilizzandolo, il canone fondamentale degli scrittori che si erano ritrovati attorno al mensile Solaria. Il riuscire a modificare, a cambiare, la realtà partendo dalla parola, elaborandola e rielaborandola andando alla ricerca della sua magia. Però il risultato era poi lontano da quello dei salariani, arrivando infatti ad una strana prosa, quasi barocca, con la sua predilezione per moduli sintattici e lessico ottocenteschi, spesso però utilizzati in modo chiaramente ironico, e mescolava questa prosa con toni discorsivi e realistici. Ma era soprattutto sul piano dei temi affrontati la sua novità, la sua originalità. Era il fantastico a farla da padrone, fantastico che si andava mescolando con l’orrore, con il grottesco. Uno strano miscuglio di sensualità e di crudeltà in una visione onirica raccontato però in pagine di minuziosa descrizione realistica. Il risultato finale era indubbiamente particolare, un ambivalente senso di attrazione e repulsione. Basta pensare all’inizio de Il mare delle blatte con quel passaggio da un dimesso piano realistico ad uno scatenarsi dell’assurdo e della crudeltà. Ma Tommaso Landolfi non fu solo questo. A trenta anni si è ancora giovani e si cambia. Anche grazie alla conoscenza di Kafka, di Gogol, del surrealismo. Arrivando ad intuire, anche dolorosamente, quanto di ambiguo e di non conoscibile esiste nella realtà. Da qui si mosse il suo interesse seguente e le sue opere. Sulla condizione e sul destino dell’uomo e nella valorizzazione delle ossessioni, delle paure, di tutto quello di irrazionale che ci portiamo dentro. E deriverebbe proprio da questa assenza di certezze quella componente metafisica che prevale da allora nella sua produzione letteraria. In opere come Rien va o Des mois abbandona l’impianto narrativo per approdare a pagine molto più meditative, quasi fossero le pagine del suo diario, nelle quali ora cerca di spiegare ora invece aggroviglia una complessa trama di dubbi, di incupimenti autodistruttivi, di laceranti inquietudini. È davvero uno scrittore da riscoprire, da leggere con attenzione. Va segnalato, giusto a suo riconoscimento, la vittoria del premio Strega nel 1975 con A caso. Di più valore però mi sembrano la valorizzazione e l’attenzione mostrata per le sue opere da parte di Calvino e di Montale.