Nato a Cuba ma trasferitosi presto in Italia, Italo Calvino (1923-1985) è stato uno degli
scrittori più importanti del Novecento Italiano.
Nella sua produzione letteraria di solito la critica distingue
tre fasi. La prima è quella meno personale, in cui l’autore aderì al neorealismo con opere come “Il sentiero dei nidi di ragno”, in cui tuttavia già si trovava
in nuce una certa tendenza al fiabesco e al fantastico.
Ed è proprio il fantastico che predomina nella seconda fase, quella che diede vita alla famosa
trilogia degli antenati: “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante” e “Il cavaliere inesistente”.
Infine ci fu la terza fase, quella che è stata definita
combinatoria, in cui Calvino accentuò il carattere
metaletterario dei suoi libri: per dirlo con parole semplici, ciò significa che si tratta di opere letterarie che analizzano se stesse e, più in generale, tutta la letteratura.
Personalmente sto scoprendo di preferire proprio questo terzo e ultimo periodo, di cui fanno parte capolavori come “Le città invisibili”, “Palomar” e, appunto, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.
Questo libro fu pubblicato per la prima volta nel 1979. È lo stesso Calvino a riassumerne la trama: “È un
romanzo sul piacere di leggere romanzi: protagonista è il lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire…”.
Ci troviamo insomma di fronte a una sorta di trafila kafkiana, ma lo stile di Calvino è più piacevole e meno ossessivo rispetto a quello dello scrittore ceco.
Nell’edizione che io ho letto, quella Mondadori del 1994, la vera chicca è una lettera che introduce ed esplicita i contenuti del libro. Nella missiva Calvino illustra al critico Angelo Guglielmi il complesso disegno geometrico del romanzo (che poi non è un romanzo, ma una serie di romanzi incompiuti). Nel leggere le spiegazioni dell’autore si nota come tutte le storie che si interrompono siano legate da precise simmetrie, pur riguardando diverse tipologie romanzesche, spesso addirittura antitetiche.
Se si affronta il libro dopo aver letto la lettera-introduzione di Calvino, lo si apprezza meglio, e si capisce qual è la differenza fra uno scrittore con la S maiuscola e uno “scrivente”.
Anche se a volte l’interattività che sta alla base del libro, questo continuo rivolgersi al lettore in seconda persona, mostra il fianco alla noia. Ma è solo un attimo, poi il livello si risolleva, e la maggior parte del “Viaggiatore” fa davvero mozzare il fiato per la bravura con cui è stato scritto.