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Sommari e brevi recensioni

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America

di : snaporaz979    

Autore : Franz Kafka

Il romanzo “America” di Franz Kafka in origine avrebbe dovuto intitolarsi "Il disperso".


Il titolo con cui è arrivato a noi è stato scelto da Max Brod che, com’è noto, pur avendo ricevuto dallo stesso Kafka la disposizione testamentaria di bruciarne tutte le opere, per fortuna non lo fece. Anzi curò la pubblicazione postuma di molti di quegli scritti che oggi sono una parte fondamentale della cultura del Novecento.
Fra questi vi è anche “America”, il primo dei tre grandi romanzi incompiuti (gli altri due, più celebri, sono “Il processo” e “Il castello”).
La prima differenza che salta agli occhi, fra questo e gli altri romanzi  kafkiani, è la scelta del protagonista. Karl Rossmann, come nota Italo Alighiero Cusano nella splendida introduzione, è senz’altro l’ennesimo alter ego dell’autore, ma è diverso dagli altri. Innanzitutto per una questione anagrafica: Karl ha solo sedici anni, e questo lo fa diventare il più giovane (e innocente) fra i “perseguitati” dei tre libri.
Citando Thomas Harris, potremmo dire che in questo libro assistiamo dunque alla origine del male, al momento in cui l’innocenza dell’uomo kafkiano si scontra con la maledizione di una società moderna diventata assurda ed ostile.
Nel primo capitolo del libro, Karl sta sbarcando nel porto di New York, dove la statua della libertà, anziché la solita fiaccola, impugna una spada. E già questo la dice lunga sul fatto che l’America di cui ci parla l’autore è un paese trasfigurato dalla sua immaginazione visionaria, ma non per questo meno reale. Del resto il protagonista è stato spedito oltreoceano non certo per una vacanza-premio, ma come punizione per aver messo incinta una cameriera. In realtà, come apprendiamo in seguito, è stata la cameriera a violentare l’ingenuo Karl, ma questa è solo la prima della lunga serie di ingiustizie a cui andrà incontro questo giovane personaggio.
Ritrovato grazie a una coincidenza un suo lontano zio, verrà anche da questi abbandonato per un motivo ridicolo; poi diventerà la vittima di due vagabondi, Robinson e Delamarche, che gli faranno anche perdere il posto di lavoro che aveva trovato: ragazzo-ascensore all’Hotel Occidental. Solo l’ultimo capitolo del libro, che non è consequenziale agli altri, sembra concedergli una flebile speranza, giacché lo vede ingaggiato come “attore” dal Grande Teatro Naturale di Oklahoma. A dire il vero questa svolta ottimistica, prima che il romanzo resti incompiuto, non appare molto coerente con gli episodi che l’hanno preceduta.
Forse questo grande teatro, “il più grande del mondo”, simboleggia l’arte, e quindi la letteratura, in cui gli infelici come Karl (o come Franz) possono trovare una soluzione ai propri mali? Credo che sia probabile, soprattutto se prestiamo attenzione alla coreografia inscenata da quel teatro, in cui si danno il cambio angeli e demoni che suonano la tromba o i tamburi. E se ci ricordiamo che fu lo stesso Kafka a confessare: “Non voglio perdere i miei diavoli. Ho paura di perdere i miei angeli”.
 


Pubblicato il: aprile 21, 2009
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