Recensione a “Sulla Strada” di Jack Kerouac
Jack Kerouac nacque nel 1922 nel Massachusetts a Lowell. Abbandonati
ben presto gli studi universitari, si arruolò nella marina mercantile durante la seconda guerra mondiale, da cui venne congedato per “nevrosi”. Si diede da allora a una vita vagabonda attraverso gli Stati Uniti, sbarcando il lunario con lavori precari e saltuari. Fu da simili esperienze esistenziali che nacque “On the road”, che ebbe una fortuna editoriale straordinaria e rese noto in America e all’estero lo scrittore. “Sulla strada”, che vide la luce nel 1957, fu considerato sin dagli inizi una delle opere fondamentali della cosiddetta “beat generation”, che, profondamente delusa dall’opulenta civiltà del benessere, governata solo dal denaro, assunse una posizione di rifiuto e si emarginò volontariamente da essa, conducendo vita irregolare e trasgressiva, dimostrando un particolare interesse per il misticismo orientale. A questo fortunato romanzo, Kerouac fece seguire altre opere, in versi e in prosa, sempre ispirate alla vita disordinata dell’inquieta gioventù americana dei primi anno ’60. Nel 1961 si ritirò in solitudine a vivere in una capanna in California, dove morì nel 1969. “ On the road” < “Sulla strada”> narra, partendo da esperienze autobiografiche, il vagare errabondo attraverso gli States di alcuni giovani, che rifiutano di adattarsi a una vita “normale”. Il protagonista, Dean parte da New York con l’amico inseparabile Carlo, per raggiungere alcuni amici nel West: inizia per i due una serie di spostamenti senza alcuna meta precisa. Servendosi dell’autostop o di altri mezzi di fortuna, essi incontrano, in una sequenza incessante, paesaggi sempre nuovi, e i tipi umani più diversi e disparati, con i quali instaurano rapporti di amicizia, un sentimento avvertito come un valore assoluto. Il continuo vagabondare dei protagonisti, le varie avventure per le strade immense degli Stati Uniti, sullo stile dei “bobos”, i mitici vagabondi che giravano incessantemente sui loro carri; la vita sregolata e ribelle, fecero di Kerouac e del suo romanzo uno dei miti più duraturi della “beat generation”. Sullo sfondo delle sterminate autostrade americane, i protagonisti si muovono veloci alla ricerca di emozioni sempre nuove e diverse, verso traguardi immateriali e difficilmente precisabili. In questo incredibile “diario di viaggio”, fra alcool e marijuana, in un’ansia incoercibile di libertà assoluta, i personaggi viaggiano velocemente verso un’ irraggiungibile “frontiera”, una meta che, come già si è detto, sfumava nei suoi reali contorni. E in fondo, ciò che contava realmente per loro non era tanto la meta, quanto il viaggio in sé: la vita è una costante ricerca di qualche cosa di sfuggente, ma che bisogna tentare di possedere attraverso il movimento incessante verso un punto sia pure lontano. Il dinamismo vitale che caratterizza lo stile di vita dei protagonisti, si incarna anche nel linguaggio nuovo, in una sintassi franta, che ricorda lo stile del jazz, la cui sintassi è sincopata, a “singhiozzo”, le frasi staccate, anche e soprattutto perché il sassofonista ha bisogno di riprendere fiato. Ebbene, Kerouac con la lingua scritta lavorava come un sassofonista: lo confermò lui stesso di essere nella scrittura come un sassofonista; di fare un bel respiro iniziale e di “soffiare” sino a dar vita a una “frase unica”, per poi pausare a riprendere fiato, dando quindi inizio a una nuova frase. Questa tecnica evidentemente “rompe” con ogni tradizione linguistica tradizionale, per impostarsi sul “parlato”, che per sua natura non è mai “classicamente” lineare, ma è appunto, da un lato rapido, e dall’altro sintatticamente “inesatto”, fatto di ripetizioni e “ritorni” su concetti già espressi, per meglio qualificarne il senso. In conclusione il romanzo di Kerouac fu un esperimento letterario molto riuscito, perché seppe dare voce a una generazione ansiosa di cambiamenti radicali e di una vita “autentica”, e assetata di conoscere, attraverso la metafora dello spostamento incessante e del viaggio, orizzonti ignoti e sconosciuti, che, tra l’altro, Kerouc sapeva non contenere verità appaganti. Però la sua interpretazione della vita come ricerca incessante e ansiosa è filosoficamente ineccepibile, inserendosi, tra le altre cose, perfettamente dentro quel viaggiare sempre avanti, verso una frontiera che pare inattingibile: che è un po’ il sale e il pepe della grande letteratura americana.
Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia