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Il Ponte sul tempo

di : BissoliSergio     

Autore : Jean Rousselot
Jean ROUSSELOT
Poitiers 1913    2004
UN FIORE DI SANGUE. Romanzo amaro, psicologico e di introspezione.
Da Jean Rousselot IL PONTE SUL TEMPO
Molto presto mi resi conto di non essere “come gli altri”. Ciò che per i miei compagni era scappata e gioco, per me era avventura e rito.
     Avrei allora potuto, senza abbassare gli occhi perché non li vedessero velati dalle lacrime, affrontare le ragazze che camminavano sui marciapiedi, tenendosi sottobraccio e incoraggiandosi l’un l’altra a ridere, i capelli sciolti e i piccoli seni ostentati.
     Invano vedevo dei giovani, non più belli né più intelligenti di me, “riuscire” con le ragazze, lanciano facezie grossolane, o addirittura maltrattandole.
****
“Ci si è fatti belli per andare a trovare la piccola, eh?”
Ecco ciò che mi diceva l’albergatore, un uomo attempato ma ancora pieno di vigore e di “mezzi”, vedendomi uscire alle nove di sera, con i capelli  impomatati, il nodo della cravatta rifatto e le scarpe lucide; ed era ciò che al suo posto qualsiasi altro uomo mi avrebbe detto, con la medesima voce gioviale, affettuosa e complice… “La piccola”…   “La piccola”… Come far capire al prossimo che non c’era nessuna “piccola” al termine della mia allucinante ricerca.
    In verità, non ho mai vissuto, ho atteso di vivere; non ho mai veramente creduto che le mie azioni mi impegnassero, che le loro conseguenze fossero gravi, definitive, che quaggiù l’innocenza non esistesse.
*****
Mathilde sorrise; aveva i denti quadrati, un po’ lunghi, di una bianchezza splendente; i suoi occhi nocciola brillarono ma­liziosi e teneri, già complici.
“ Vi prego ” soggiunsi “ permettete­mi di accompagnarvi.”
“ Va bene! Ma mi lascerete all'angolo di via Sablettes.”
Avevo vinto! Una ragazza, una bella ra­gazza, accettava la mia compagnia, non mi squadrava con disprezzo, ascoltava le mie parole precipitose, ingarbugliate, senza prendersi gioco di me! Era davvero bella? Sì, credo di sì, sebbene nel viso attuale di Mathilde mi sia impossibile ritrovare quel­lo d'allora. L'avevo davvero guardata? Parlavo, parlavo... Avevo bisogno di stor­dire, addormentare la mia diffidenza, e sot­to quel flutto di parole ero più solo che mai. Mi era per lo meno finalmente concesso di gridare a voce alta ciò che mille volte ave­vo gridato nei sotterranei del mio cuore? Senza dubbio... ma per il momento lo di­cevo solo a me stesso: al mio fianco non c'era che una fugace incarnazione della donna e forse, quando ci saremmo avvicinati al mare, il vento avrebbe dissipato, rapito quel vano fantasma.
****
Ahimè! Fra pochi minuti saremmo arrivati all’angolo di via Sablettes; Mathilde se ne sarebbe andata da una parte e io da un’altra; l’avrei rivista il giorno dopo? Avrebbe risposto al mio saluto? Non avevo a volte scambiato per simpatia un gesto di indifferente gentilezza o di cortese educazione?
Per poco non gridai, piansi, singhiozzai di gioia quando la ragazza mi chiese, interrompendo all’improvviso una delle frasi che lanciavo nel vuoto:
”Perché non vi siete deciso prima a parlarmi?”
Restai senza fiato, ma avrei voluto gridare.
     Tre giorni dopo Mathilde si fece baciare sulle labbra e quando mi lasciò mi disse:
“Domenica vieni a prendere il caffè a casa mia… Ma sì,… i miei genitori saranno contentissimi…”
Dio! Come avvenivano in fretta tutte quelle cose che un tempo sembravano non dover mai avvenire!
*****
Il giorno in cui accettai (e di che cuore!) l’invito dei genitori di Mathilde, avrei dovuto capire che per me era finita l’epoca dei misteri che noi stessi ci creiamo, delle porte la cui chiave noi stessi ci nascondiamo, dei passaggi segreti che noi solo conosciamo. Quando avrei risalito via Sablettes, sarei stato un uomo come gli altri, privo di ogni residuo infantile, ma ormai privo delle antenne della speranza, e pronto ad accettare l’ingranaggio della morte.
   “Se sposi Mathilde” mi dissi “fra dieci anni, forse meno, questo castello della rassegnazione sarà tuo; e ne parlerai con orgoglio! E i colleghi d’ufficio te lo invidieranno!”.
   E mi vidi quale sarei stato a quell'epoca, le spalle curve, i capelli incolti, i pantalo­ni foderati al ginocchio per farli durare quanto più possibile, intento a spingere alla domenica la carrozzina dei bambini o a togliere le erbacce dai vialetti della villa: un uomo finito... Mi fermai in mez­zo al sentiero, le tempie che mi battevano, sbriciolando una sigaretta in fondo alla ta­sca.
“Ci si è fatti belli per andare a trova­re la piccola, eh? ” mi diceva l'albergato­re in maniche di camicia; e, dall'altro lato del tavolo, c'era il professore di francese con la sua faccia sentenziosa: “Bravo, Varnier, voi andrete lontano! ”
Rimasi a lungo sul sentiero, elencando a me stesso tutte le ragioni che avevo di proseguire, di “andare a trovare la piccola”, di conformarmi…
    “Sarò sempre in tempo ad abbandonarla, o ad uccidermi, più tardi…” mormorai trascinandomi verso la casa di Mathilde. 
Pubblicato il: febbraio 08, 2009
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