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Sommari e brevi recensioni

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Checkpoint

di : mauro_meo    

Autore : Nicholson Baker
Erano altre elezioni, non quelle appena vinte da Obama. Era quelle di quattro anni fa, che poi videro di nuovo la vittoria
di Bush. Di questo parla questo libretto. Un testo piccolo, corto, di appena 108 pagine, tutte nella forma complessa del dialogo. Si tratta di Checkpoint, di Nicholson Baker. E ci pone un quesito Baker, una domanda attraverso un dibattito tra due uomini chiusi in una stanza d’albergo a Washington. Chi chiede, ci chiedeva, meglio, se potevamo limitarci a non rieleggere Bush o dovevamo applicare la sua legge della frontiera e ucciderlo? E ovvio che è un quesito posto sotto forma di iperbole, di voluta esagerazione. Per attirare l’attenzione, per focalizzare il problema. È ovvio che Bush non era certo Hitler o un altro dittatore, e questo lo afferma anche Baker. Ma fa anche delle riflessioni importanti anche se certo non condivisibili, e non condivise, da tutti. Ma non c’è in lui una visione pregiudizievole, sembra più forte il tono amaro di chi ha visto un paese, il proprio paese, andare verso un declino importante, ancor più di idee e di libertà che non semplicemente di potere. Per Baker comunque Bush ha fatto molti errori ed ha creato, indirettamente, degli assassini, “i cani idrofobi che lo sbraneranno”. Vale a dire la stessa profezia fatta dal presidente egiziano Mubarak alla vigilia dell’invasione dell’Irak: “Nasceranno cento, mille Bin Laden”, profezia forse non risultata vera del tutto ma che certo va a toccare un mondo complicato e difficile. Dove molto non è lineare, dove molto cambia in fretta per le ideologie, e non per le religioni usate solo come scusa, per il potere, per le ricchezze. Bush sbagliò molto, e in fondo qualche di questi errori poi recentemente li ha ammessi. Molto, ma non tutto, partiva dall’11 settembre, che certo ha cambiato, e non in meglio, il mondo alimentando paure, divisioni, sospetti e odio. Baker parte da qui con le sue analisi. Un antiamericanismo legittimato dalla delusione, e certo non grossolano come quello di Moore. È amarissimo, non dice “siamo un grande paese che sbaglia” ma “siamo un paese alla deriva che colpisce a casaccio. Noi siamo l’iceberg e il resto del mondo il Titanic”. È amareggiato e ferito perché il suo paese ormai non produciamo più niente, solo armi. Una resa spietata e lucida, fatta da due John Doe qualunque che anche mentre parlano di politica infilano digressioni sul costo delle macchine fotografiche o la cottura delle bistecche. Per questo colpisce nel segno anche quando, correttamente, decide infine di non sparare. Non tutto forse è in fondo completamente condivisibile in questa analisi ma resta comunque un testo interessante da leggere, da provare almeno a capire.
Pubblicato il: gennaio 07, 2009
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