Hosseini è un narratore eccellente e
Il cacciatore di aquiloni è un romanzo a tutto tondo.
Completo, pieno,
elegante. Impossibile non entrare nella storia, non seguire passo passo le vicende di
Amir, non tifare per lui e per la sua espiazione.
La prima parte del romanzo è uno specchio vagamente nostalgico di quello che era l'
Afghanistan, raccontato da un ragazzo attraverso la storia della sua
amicizia contrastata (e segreta) con uno dei suoi "
servi".
La colpa di cui si macchia
Amir nei confronti di
Hassan (o quella che lui ritiene una colpa) spezzerà questo
legame e segnerà l'intera esistenza del protagonista.
Da quel momento in poi la vicenda si snoda come un'avventura irresistibile, un
viaggio (prima) nel tentativo di
fuggire e (poi) nella ricerca disperata di
espiare tornando nel cuore dell'inferno.
Ma al di là della vicenda, quello che colpisce ne
Il cacciatore di aquiloni è il contorno, l'
ambientazione.
La scoperta di un paese quasi
sconosciuto (o misconosciuto) per noi occidentali. Con tutte le sue
contraddizioni ma anche la sua
cultura e la sua
eleganza.
Un paese che incontriamo negli ultimi giorni di
libertà prima di piombare in decenni buoi con la caduta della
monarchia, l'
occupazione russa, l'ascesa al potere dei
talebani.
E che salutiamo subito dopo l'
undici settembre e l'intervento americano.
Ancora una volta la
Storia si intreccia con le
storie di tuti i giorni, con le storie dei singoli.
E mai come in questo caso la drammaticità di entrambe risulta fondersi grazie alla prosa accattivante di
Hosseini.
Non siamo ai livelli eccelsi di
Pamuk, ma Hosseini è da seguire con attenzione.