In un' opera come "
Delitto e Castigo" ritroviamo la figura del giovane studente Raskolnikov che, dilaniato dai suoi rimorsi
di coscienza per aver ucciso due sorelle anziane- l'una usuraia, l'altra succube di questa- viene travolto in una specie di delirio che lo porterà a confessare inconsapevolmente il suo duplice
delitto. Questa la trama di uno dei romanzi più travolgenti ed inquietanti del grande scrittore russo Dostoevskij, un autore che ha sempre saputo mettere a nudo l'
animo gretto e meschino dell'uomo invaso da desideri perversi e/o irraggiungibili, un autore che dalla sua esperienza di vita reale ha saputo trarre soggetti per i suoi romanzi, sempre profondi e sempre vivi nella fantasia del lettore. Chiunque si sia trovato a leggere "Delitto e Castigo" avrà certamente gettato lo sguardo verso una realtà molto vicina alla società odierna che sempre più trova accettabile uccidere e immolare vittime alla mercé di un mondo in declino, propenso ad una caduta verso l'abisso dell'animo umano, quello che Dostoevskij avrebbe definito un'entrata senza via d'uscita in una "casa di morti". Può bastare la storia del piccolo Tommaso per capire quanto sia caduto in basso l'uomo con tutta la sua abbietta sete di cinismo e di sadismo? Quanta miseria dell'animo umano serve a farci capire che non viviamo più in un'epoca di fratellanza e di amore reciproco ma solo in un'epoca di egoismo, di sete di potere e di vendetta, di rivalsa, ma verso chi, verso cosa? Cosa ha portato l'uomo ad una fredda lucidità per permettersi di uccidere e di fare del male a se stesso? Serve ancora credere in qualcosa di buono, che salvi l'intera umanità, che riporti la pace, serve aver fede in Dio? Dio, dov'è? Dov'era Dio quando il piccolo Tommaso è stato rapito ed ucciso, dov'è Dio quando miglioni di bambini, di persone deboli ed indifese vengono sacrificate alla vita? Aver fede in chi, questo è il grido dell'uomo accanito contro se stesso o contro una forza a lui superiore, una forza che egli non riesce a gestire e che scatena la sua ira.